Uranio Impoverito: costi personali in Italia

27 febbraio 2012 posted by Staff
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Questa vicenda inizia nel lontano 1984 e non accenna a finire. È una vicenda drammatica, infestata da morti, falsità e meri interessi economici. Protagonista indiscusso: l’uranio impoverito. Vittime inconsapevoli: 200 militari italiani già morti e 2500 gravemente malati. La sentenza di Torino, che condanna un altro assassino paragonabile all’uranio impoverito, l’amianto, apre l’ennesimo capitolo su questo killer spietato e, nelle parole del legale dell’associazione Vittime Uranio, Bruno Ciarmoli, “ci si trova di fronte alla non applicazione di misure di protezione per il personale italiano che non era al corrente dei rischi, diversamente dai vertici militari. Quindi auspichiamo, anche alla luce delle ormai numerose sentenze di condanna in sede civile inflitte alla Difesa, che in Italia si proceda all’apertura di un’inchiesta penale che accerti le responsabilità di questa strage silenziosa ” (Avantionline.it)

La sentenza che davvero fa la differenza per le famiglie e le vittime dell’uranio impoverito e del sistema che ne ha permesso l’impiego è quella del Tribunale di Cagliari arrivata pochi giorni fa. Il tribunale infatti ha condannato il Ministero della Difesa al risarcimento del danno per la malattia e la conseguente morte del caporalmaggiore Valery Melis, che prestò servizio nel Balcani e fu contaminato dall’uranio impoverito, contraendo il linfoma di Hodkin che lo condusse alla morte, sopraggiunta nel 2004. Il denaro ottenuto dai familiari certo non è sufficiente a cancellare l’onta di una tragedia che con il senno di poi si poteva evitare, ma è certamente un segnale forte per i responsabili e una speranza per coloro che ancora stanno combattendo contro la malattia. La speranza di vedere la giustizia prima della morte che inevitabilmente arriverà. Ed in effetti questa incresciosa vicenda ha mietuto vittime non solo italiane dal lontano 1984, quando la Federal Aviation Administration iniziò a diffondere informazioni circa i rischi che la presenza dell’uranio impoverito, utilizzato come contrappeso negli aerei ad uso civile, poteva avere per la salute dei militari.

Queste informazioni però non ne bloccarono l’utilizzo tanto che gli Stati Uniti, nell’invasione di Panama del 1989, lo sperimentarono come nuova arma. Si devono attendere gli anni Novanta per comprendere fino in fondo l’alto rischio dell’uso dell’uranio impoverito, con la divulgazione del rapporto della Science Applications International Corporation che non lasciarono più dubbi sulle gravi conseguenze per la salute nel caso l’uranio impoverito raggiunga le vie respiratorie. Ma neanche questa certezza ne blocca l’uso, tanto che durante la guerra del golfo nel 1991 venne impiegato a tonnellate in Kuwait, Arabia Saudita e Iraq. E nel 1996, quando molti dei veterani della Guerra del Golfo manifestarono a chiare lettere la contaminazione da uranio impoverito, venne divulgato il rapporto dell’esercito americano fino ad allora tenuto nascosto e dal titolo emblematico “Heath and Environment consequences of Depleted Uranium use in the U.S. Army” e che spazzò via ogni dubbio recitando che “se l’uranio impoverito entra nel corpo umano, può generare gravi conseguenze per la salute, con rischio sia chimico che radiologico ”.

Questo rapporto venne divulgato dalla DU Citizens’ Group, ovvero una rete i cittadini statunitensi che già dal 1993 si era schierata fortemente contro l’impiego di questo materiale. In tutta questa paradossale cronologia c’è un elemento che rende tutto quasi irreale: il Protocollo di Rio del 1992 dell’ONU all’articolo 15 recita: “ L’assenza di certezze scientifiche non deve servire da pretesto per ritardare l’adozione di misure ”. (Mediterraneanews.org).

Questo articolo racchiude l’assurdità dell’intera vicenda che abbiamo raccontato e che è ben lontana dal concludersi.

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