Stipendi Soldati. Difficile Non Perdere La Speranza… 2.20/5 (44.00%) 5 Vota questo articolos

Questa spending review e questa crisi stanno mietendo più vittime della più brutale delle guerre. Imprese che chiudono i battenti, pensioni ridotte all’osso e stipendi sempre più bassi. Non certo segnali ottimali se si vuole far riprendere l’economia.

Specialmente per quanto riguarda le retribuzioni. In questo articolo ci vogliamo concentrare sugli stipendi soldati, un comparto  che svolge compiti all’apparenza di poca praticità per il cittadino comune ma che di fatto ci permette di far fronte a situazioni naturali disastrose interne come terremoti e di portare aiuto in collaborazione con altri stati in territori di guerriglia. Come sta accadendo per l’Afghanistan, l’Iraq e molte altre zone difficili del mondo.

 

stipendi soldati

 

Ma anche il lavoro all’interno dei confini dello stato è di fondamentale importanza. L’esercito infatti  interviene a supporto della Protezione Civile in caso di calamità naturali e collabora spesso per il mantenimento della sicurezza interna dello Stato.

 

Pensare che gli stipendi soldati non vengono distinti per la specificità del ruolo, ma vengono fatti rientrare nel calderone dei tagli e delle tasse è triste oltre che profondamente ingiusto. Non che si possa ritenere giusta una riduzione di retribuzione in qualunque settore pubblico, ma nel comparto sicurezza, le decurtazioni fanno ancora più male.

 

La situazione delle retribuzioni per i dipendenti pubblici nella quale rientrano anche gli stipendi soldati è bloccata dal 2010 e lo rimarrà almeno fino al 31 dicembre prossimo. Questo per il comparto sicurezza riguarda qualcosa come 10.000 militari impegnati in missioni internazionali e in affiancamenti a carabinieri e polizia nel mantenimento dell’ordine pubblico.

 

Parlando di stipendi soldati non si può non parlare di numeri.  Un caporale maggiore in servizio permanente guadagna circa 1.250 euro al mese, un pari grado non in servizio permanente solo 900. Nel caso di promozione lo stipendio non varierebbe di un centesimo. Stesso discorso vale anche per gli ufficiali. Dunque avanzamenti di carriera, responsabilità e personale più o meno numeroso sotto il proprio comando, non incidono minimamente sugli stipendi soldati.

Il fatto che non si vedano scendere in piazza i nostri militari, sebbene ne avrebbero tutti i diritti, è un sollievo e la riprova del fatto che sono un comparto responsabile e totalmente devoto allo stato e alle sue scelte, anche quando queste sono penalizzanti per loro stessi; il loro delicato ruolo sociale gli impedisce di protestare come tutti gli altri dipendenti pubblici. Anche di questo bisogna tener conto prima di trattarli come semplici dipendenti statali.

 

 

Fonte: ilgiornale / lanotiziagiornale / formiche

 

 

Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa?

18 luglio 2013 inviato da Staff
Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa? 3.17/5 (63.33%) 6 Vota questo articolos

 

Fa certamente meno clamore adesso di qualche anno fa. Per questo se ne parla poco, non fa più notizia. Ma in Afghanistan i nostri militari continuano a operare. E anche a rimanere feriti. Le morti invece, quelle sì, rimangono la notizia di quel solo disgraziato giorno.  Come quella del capitano Giuseppe La Rosa, ucciso a Farah in Afghanistan poche settimane fa.

 

Proprio sulla morte del capitano, durante un’interrogazione alla camera il ministro Mario Mauro ha sottolineato come  non sia possibile “azzerare completamente i rischi per i nostri militari, nonostante la validità delle procedure operative seguite e degli equipaggiamenti utilizzati“… Come a dire sono rischi imprevedibili del mestiere di soldato nelle sue missioni internazionali.

 

militari-italiani-afghanistan

 

E ancora in seguito ad una esplosione pochi giorni fa, mentre era di pattuglia ad alcuni chilometri da Bala Boluk,  alle 14.15 locali (le 11.45 italiane) lungo la strada n.517, nella provincia di Farah, un militare italiano è rimasto lievemente ferito al volto.

 

Dall’inizio di questo 2013 le vittime in Afghanistan sono cresciute del 24%, e un terzo dei caduti è stato ucciso per mano di forze anti-governative. L’unico dato positivo in questo massacro è che secondo fonti ufficiale delle Nazioni Unite, i talebani hanno aperto le porte a un dialogo con l’amministrazione in carica.

 

Sarà forse anche sull’onda di questa dichiarazione di intenti che il neo governo Letta, sebbene abbia sottolineato la progressiva risoluzione dell’organico italiano, che oggi tocca le 3100 unità con un ulteriore flessione dei prossimi mesi, ha anche confermato la volontà di proseguire la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, concludendola secondo i tempi stabiliti nel 2014.

Quello che secondo il ministro degli esteri frena un ritiro anticipato delle nostre truppe dal territorio afghano verte su due binari imprescindibili: ”in primo luogo la necessità di non mettere a rischio la sicurezza dello stesso contingente, in una fase particolarmente delicata quale è sempre quella del ripiegamento, procedendo con il ritiro accelerato delle componenti operative. In secondo luogo l’indisponibilità sia di sufficienti vie di comunicazione nella regione, sia di vettori aerei, navali, terrestri per la concomitante richiesta di tutti i Paesi della coalizione internazionale”.

 

Questo significa principalmente che il passaggio di consegna tra le il contingente internazionali e le forze governative non è ancora concluso e fino alla fine di questo processo di transizione l’Italia non abbandonerà il paese.

Non solo. Ma anche dopo il 2014 è intenzione del governo italiano proseguire con l’impegno in Afghanistan in termini di assistenza e addestramento alle forze afghane con la nuova missione che si chiamerà Resolute Support.

 

Ora se questa sia una bella o una brutta notizia lo lasciamo decidere a voi lettori. Il pensiero che questa missione di guerra travestita di pace abbia una fine ancora incerta, turba i sonni di molti italiani. Sia qui che lì. Sia per coloro che la vedono come un lavoro, pericoloso, senza certezza, ma pur sempre un lavoro. Sia per coloro che la vivono come un inutile impiccio internazionale dal quale non usciremo mai.

 

 

Fonte: repubblica / ilmessaggero / nocensura /articolotre

 

 

Chip Sottopelle: sicurezza o controllo?

24 settembre 2012 inviato da Staff
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Per i militari, malattie e infezioni sono la prima causa di impossibilità a combattere – più ancora delle ferite riportate – e hanno avuto storicamente un effetto più deleterio delle morti in battaglia. Poter individuare in tempo reale i soggetti più a rischio, intervenendo rapidamente con cure e terapie rappresenterebbe un vantaggio non da poco…” Sembrerebbe così che un progetto come questo sia nato per il bene e la tutela dei soldati. (…) La sperimentazione di simili soluzioni su persone soggette a discipline particolari, come prigionieri e militari, è solo il primo passo verso un tracciamento degli individui più capillare ”.

 

Sono parole inquietanti quelle di  Katherine Albrecht, autrice del libro/denuncia “spychips”, un saggio sulle frontiere del tecno control. È in questo contesto che si inserisce la notizia su un progetto elaborato dall’agenzia per la ricerca scientifica del Pentagono, grazie al quale sarebbe possibile attraverso l’impianto di alcuni microchip monitorare la salute dei soldati. Nel dettaglio questi chip al silicio “possono diventare sensori che monitorano l’attività come l’arrivo di farmaci a cellule target o persino riparare delle strutture cellulari ”. Il pentagono non è nuovo a esperimenti di questo genere. basta ricordare infatti quello conosciuto come MK-Ultra, ovvero un progetto sul controllo mentale in ambito militare, con il quale pare che siano stati somministrati LSD, Fenciclidina e perfino elettroshock su personale militare della CIA, prostitute, soggetti affetti da disturbi psichici conclamati e persone comuni. Lo scopo era quello di controllare le loro menti e verificare le reazioni in questa direzione a seguito dei trattamenti appena elencati.

 

Il progetto dei microchip è già in uno stato avanzato di attuazione in quanto i ricercatori dell’università di Stanford stanno elaborando uno studio che prevede l’invio nel sangue di microchip che possano trasmettere via wireless i dati sulle condizioni di salute del paziente e somministrare anche in tempo reale farmaci. Intuitiva è l’importanza dell’attuazione concreto di un progetto simile per i soldati, soggetti a rischio contagio di malattie che possono inficiare la loro capacità professionale. Questo inquietante progetto in perfetto stile orwelliano oltre a preoccupare fortemente per i potenziali sviluppi che potrebbe ottenere, suscita preoccupazioni anche per la salute e l’incolumità dei soggetti che verrebbero in esso coinvolti:  negli esperimenti sugli animali domestici infatti è stato registrato un numero significativo di tumori. Non solo il microchip, essendo prima di tutto un apparecchio elettronico, è clonabile e la sua clonazione non garantirebbe affatto la sicurezza del soggetto che lo possiede sotto la propria pelle. Probabilmente Orwell avrebbe una spinta di orgoglio nel leggere di questi progetti e della loro potenziale attuazione nel mondo reale. Ma tutto sommato, anche lui, lo aveva previsto solo e soltanto sulle pagine bianche di un libro e all’interno di un mondo completamente irreale. Forse è lì che dovrebbe rimanere.

La tua opinione, come militare, è interessante per noi. Cosa ne pensi?

 

Fonti: Segnidalcielo, Wnd, Armysoftport.

 

 

 

Tre soldati italiani feriti in Afghanistan

28 agosto 2012 inviato da Staff
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Tre militari italiani, in missione in Afghanistan, sono stati investiti ieri mattina dall’impatto di terriccio e pietre proiettate da un ordigno non esploso. È successo ieri mattina quando un razzo da 107 mm lanciato da talebani è caduto, senza esplodere, all’interno della FOB (Forward Operative Base) Tobruk, di Bala Boluk, settore di competenza della Task Force South, su base Reggimento Cavalleggeri Guide, nell’area sud del Regional Command West , a guida italiana.

 

Secondo ha informato il portavoce del contingente italiano in Afghanistan, tenente colonnello Francesco Tirino i soldati, tutti originari della Campania, sono stati trasportati per le cure del caso presso l’infermeria (Role 1) della base, per uno di loro si è reso necessario il trasferimento, a scopo precauzionale in quanto ha ricevuto un colpo al torace, per ulteriori accertamenti al Role 2 di Farah. Gli altri due militari hanno riportato solo lievi contusioni.

 

Sono stati i propri soldati italiani ad informare personalmente i loro familiari.

Afghanistan: situazione critica

Inoltre, nell’attacco sono rimasti uccisi altri 17 civili, tra cui due donne. Sono stati trovati decapitati nella zona dell’Helmand, nel sud dell’Afghanistan, secondo quanto ha riferito il portavoce del governo provinciale locale, Dawood Ahmadi. La strage, ha spiegato Ahmadi, e’ avvenuta ieri sera nel distretto di Kajaki e al momento gli inquirenti stanno provando a determinare le ragioni del massacro, di cui si sospettano i militanti Talebani. Il portavoce ha sottolineato che le vittime sono “civili innocenti”.

Ahmadi ha riferito inoltre che almeno 10 soldati dell’esercito afghano sono morti e quattro sono rimasti feriti in un attacco compiuto da altri uomini con la divisa delle forze armate di Kabul, di cui si sono perse le tracce, a un checkpoint nella provincia di Helmand.

Fonte: Adnkronos

Foto: TeleSanterno

 

 

 

 

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Notizie dal Libano.

Ministero della Difesa

 

Negli ultimi giorni si è tenuto un incontro internazionale dei principali rappresentanti del Genio, con capacità IEDD (Improvised Explosive Device Disposal) ed EOD (Explosive Ordnance Disposal), in missione nel sud del Libano.

 

 

In queste attività hanno partecipato gli specialisti degli eserciti di Irlanda, Ghana, Cambogia, Malesia e Corea del Sud.

 

L’obiettivo principale era quello di confrontare le procedure e di verificare l’interoperabilità dei materiali dei Contingenti dei diversi Paesi che operano in quella parte del Libano.

 

 

Esercito Italiano: NO a piercing e tatuaggi nei soldati 5.00/5 (100.00%) 1 Vota questo articolo

Soldati con tatuaggi o piercing NO.

 

Foto: unionesarda.it

 

Questa è la nuova regola del Ministero di Difesa: un divieto categorico e determinato a tatuaggi o piercing in parti visibili del corpo dei militari italiani. La direttiva è stata approvata in luglio e proibisce tatuaggi “osceni”, “con riferimenti sessuali”, “razzisti o di discriminazione religiosa”, quelli “che possono portare discredito alle istituzioni dello Stato ed alle forze armate”.

Quest’ultima categoria comprende “quelli palesemente in opposizione alla Costituzione o alle leggi dello Stato italiano” ed anche “i tatuaggi che fanno riferimento ovvero identificano l’appartenenza a gruppi politici, ad associazioni criminali o a delinquere, incitano alla violenza e all’odio ovvero alla negazione dei diritti individuali o ancora sono in opposizione ai principi cui si ispira la Repubblica italiana”.

 

Secondo la norma, un tatuaggio ha delle conseguenze negative che potrebbero impedire il normale svolgimento del lavoro di un militare. Inoltre, sempre in base al testo, potrebbero screditare l’istituzione. In questo senso vengono definiti i tatuaggi considerati razzisti, sessuali o osceni che, ovviamente, sono proibiti nel caso di appartenenti all’ Esercito Italiano.

 

Normativa e Punizioni

La norma parla anche di punizioni. Infatti sarà il comandante il responsabile di stabilire i casi di violazione della direttiva e le punizioni previste possono arrivare fino a sanzioni disciplinari di Stato. Questo significa che, chi ha piercing o tatuaggi in sede di selezione nelle caserme o nelle accademie potrà essere escluso dal concorso.

I soldati con tatuaggi effetuati prima dell’entrata in vigore della direttiva “non saranno esclusi per la presenza di tatuaggi poiché arruolati con la normativa previgente”.

Ma sarà comunque necessario sottoscrivere una dichiarazione denunciando il proprio disegno sul corpo in una sorta di censimento dei tatuaggi.

 

 

Ecco la norma completa.

 

Fonte: Il Corriere / Ministero della Difesa

 

 

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Foto: la valle che resiste

Di nuovo un caso di malattia di militari che viene chiuso senza responsabili fisici. Parliamo della morte dell’ufficiale Giuseppe Calabrò e del sottufficiale Giovanni Baglivo, tutti e due a causa dell’amianto. Gli imputati sono stati assolti perché secondo il tribunale, “il fatto non sussiste”, ma mentre questo “fatto non sussiste”, non ci sono responsabili della morte di due ragazzi che hanno dato la vita per la patria. Inoltre, non verranno incrementate le misure di protezione per i nostri soldati.

Dal secondo dopoguerra fino ad oggi, secondo l’Osservatorio Regionale del Piemonte, sono almeno 335 i soldati deceduti per cause correlate con amianto. Infatti, la Procura di Torino sta raccogliendo tutti i casi. L’ ipotesi è che l’ amianto fosse (e in parte sia tuttora) nei mezzi corazzati e in altri strumenti di lavoro.

 

Soldati e amianto

Gli ammiragli Mario Bini e Filippo Ruggiero, ex capi di Stato maggiore della Forza armata; Elvio Melorio, Agostino Di Donna e Guido Cucciniello, ex direttori della Sanità Militare; Mario Porta, ex comandante in capo della squadra navale; Francesco Chianura e Lamberto Caporali, ex direttori generali di Navalcostarmi (quest’ultimo non imputabile perché deceduto), sono stati assolti delle imputazioni per omicidio colposo in un caso di morte per amianto.

 

Il Tribunale di Padova, il 20 giugno scorso, ha emesso la sentenza di primo grado n.648 / 12 nella quale considera che “il fatto non sussiste”. Per questo motivo, gli ammiragli sono stati assolti. Erano tutti imputati di omicidio colposo per la morte, causata dall’esposizione all’amianto sulle navi dove avevano prestato servizio, dell’ufficiale Giuseppe Calabrò e del sottufficiale Giovanni Baglivo.

 

Secondo la sentenza (qui completa), gli ammiragli non sono colpevoli in quanto non è stato dinmostrato “né il momento in cui la patologia tumorale sia insorta né se le esposizioni successive a quella di innesco abbiano avuto rilievo causale (…) il nesso causale, deve essere provato rigorosamente al di là di ogni ragionevole dubbio (…) tali ragioni, ispirate da criteri di ragionevolezza ed equità, inducono questo Giudice a pervenire ad una declamatoria di assoluzione perché il fatto non sussiste per tutti gli odierni imputati”.

 

Il tribunale considera necessario mantenere le distanze tra il lato umano del caso, ovvero la morte di lavoratori che svolgono la loro mansione, e il lato della responsabilità penale per quelle morti. “Si comprende che una così dolorosa vicenda vorrebbe che sempre venisse individuato un responsabile e l’affermazione di un diritto alla riparazione dei danni tutti cagionati. Peraltro, in ossequio ai principi della responsabilità a titolo personale (art. 27 comma primo della Costituzione), della legalità o tipicità oggettiva degli elementi costitutivi del fatto-reato (art. 25 comma 2) e della presunzione d’innocenza, queste risposte, doverose, non possono essere trovate per le fattispecie in esame in sede penale, bensì negli ambiti previdenziale e civile, nei quali operano un diverso statuto della causalità ed un diverso regime dell’onere probatorio”.

 

Si, è davvero difficile dimostrare il momento preciso in cui questi ragazzi sono stati in contatto con l’amianto ma, è ovvio che il loro lavoro implica un rischio molto maggiore. O non è vero?

Fonte:  Repubblica e Forzearmate.org

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Il Governo deve pubblicare, entro questa settimana, le norme definite che regoleranno d’ora in poi il sistema previdenziale nel caso di appartenenti al comparto Sicurezza, Difesa e Soccorso Pubblico. Tutto punto che la situazione peggiorerà rispetto alle condizioni pensionistiche attuali, senza tenere in alcun conto la cosiddetta “specificità” (norma incompleta elevata al rango di legge dal precedente governo ma assolutamente priva di contenuto vincolante).

Uno dei punti conflittivi della nuova legge è l’eliminazione della pensione privilegiata e del moltiplicatore contributivo. La nuova proposta non include queste possibilità.

Pensioni Militari

In poche parole, la nuova norma sulle pensioni per cittadini in uniforme prevede una penalizzazione annua della pensione anticipata (accessibile finora per lavoratori con 40 anni di contributi) di chi non ha ancora compiuto i 58 anni, indipendentemente degli anni contributivi. In questo modo, il lavoratore è costretto a rinunciare al pensionamento.

Infatti, le nuove regole includono un innalzamento dell’anzianità lavorativa, in termini di contributi, fino a 42 anni e 7 mesi. Solo in questo caso sarà possibile accedere alla pensione anticipata che però non è garanzia di una pensione degna,  a causa delle contemporanee penalizzazioni.

A questo punto bisogna sottolineare il fatto che non è una questione soltanto di anni contributivi ma del tipo di lavoro. Infatti, un lavoratore di 58-60 anni, ad esempio, non ha le capacità fisiche e psicologiche di garantire un valido servizio ai cittadini. E’ ovvio, il lavoro di militare o di poliziotto non è uguale ad altri tipi di lavori non sottoposti a rischi e pericoli. Su questo siamo d’accordo immagino.

Ecco le misure predisposte dal governo (fonte grnet): BOZZA-REGOLAMENTO_PENSIONI-25-6-2012

Grazie Militari Italiani

10 maggio 2012 inviato da Staff
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Questo è un tributo ai militari caduti, a tutte quelle persone che rischiano la vita tutti i giorni per difendere un paese, una patria. Nelle guerre, non tutti sono cattivi!!!

 

(fonte: youtube)