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Foto: Ansa

Due giorni senza troppe novità nel caso dei due marò trattenuti in India da oltre sette mesi. Due sedute nelle quali si dibatte su quale dei due paesi, Italia o India, ha il diritto a processare i due marò. L’udienza continuerà oggi.

 
Due giorni in fila di confronti tra i rappresentanti legali dello stato indiano e i rappresentanti legali di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò italiani trattenuti in India dal 15 febbraio scorso dietro l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani nelle coste del Kerala, non hanno servito ad avanzare verso la risoluzione del caso né la liberazione dei fucilieri.

 
La principale discussione, in queste due sedute, è stata riferita all’applicabilità o meno della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (Unclos) nella vicenda.
Secondo l’art. 97 della Unclos, i due marò dovrebbero essere processati in Italia, il paese a cui appartiene la bandiera della nave coinvolta nell’incidente, la Enrica Lexie. Lo Stato Indiano invece, difende il suo diritto nel processo giuridico dei fucilieri e mantiene che l’incidente è accaduto in territorio indiano.
Secondo l’avvocato dei marò, Harish Salve, nella zona non è applicabile la giurisdizione dello stato indiano perché “le leggi indiane sono sottoposte alla Unclos (a cui Italia e India hanno aderito, ndr) e l’incidente in questione è avvenuto in acque contigue e non territoriali“. Inoltre, l’avvocato ha ricordato che “i marò godevano di una immunità totale derivata dalla funzione di protezione della nave loro affidata dallo Stato italiano”.

Latorre e Girone appartenevano ad u’unità del battaglione San Marco, della Marina Militare, con funzioni antipirateria.

 

Cosa dice l’India?

L’avvocato dello stato indiano difende, ovviamente, una posizione diversa. D’una parte ha difeso le attuazioni che finora sono state adottate dalle autorità indiane. Inoltre, considera che non è applicabile la Unclos: “Pensiamo – ha detto rivolto al presidente del tribunale n.2 della Corte, Altamar Kabir – che l’invocato articolo 97 della Convenzione che riguarda gli incidenti della navigazione non si applichi al caso di presunto omicidio“, come in questo caso.
D’altra parte, è rispetto all’immunità di Latorre e Girone, ha sottolineato che la nave è stata fatta entrare nel porto di Kochi con un artifizio e “in questo caso, ha ricordato, le corti di ‘common law’, incluse le ex colonie britanniche, applicano il principio ‘bene captus male detentus’, cioé giudicano, pur se la cattura é avvenuta in violazione di leggi internazionali”. E, aggiunge, l’India potrebbe applicare “la giurisdizione passiva, poiché i due pescatori uccisi erano di nazionalità indiana e la nave su cui si trovavano pure era indiana”.

Le autorità indiane accusano i due marò di aver ucciso due pescatori disarmati. Ad aprile, l’Italia ha pagato 190.000 dollari di risarcimento per ognuna delle famiglie delle vittime, che hanno lasciato cadere le accuse, ma il caso di Stato è proseguito.
Il dibattito continuerà oggi con la fine dell’intervento di Banerjee e l’arringa dell’avvocato del Kerala.
Bisogna ricordare che sono passati più di sette mesi dell’incidente e, da quel momento, i nostri marò sono trattenuti, in libertà sotto cauzione, in attesa di un processo che sembra non arrivare mai. I principali motivi, i continui rinvii, dilazioni e incoerenze che in tutti questi mesi ci sono state da parte delle autorità e gli investigatori indiani.
Fonte: ANSA / Reuters

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