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Ammalarsi di cancro durante una missione: Storie che nessuno ci racconta 5.00/5 (100.00%) 2 Vota questo articolos

“Mi rendo conto che il titolo di questa mia testimonianza è un po’ duro, ma non sono mai stata una che si nasconde dietro alle parole e sono convinta che certi eventi vadano riconosciuti e chiamati per nome seppur nella loro crudezza e verità.
Solo così costituiranno, e lo spero con tutto il cuore, ricchezza e bagaglio per quante di noi, e non lo auguro davvero, potrebbero essere costrette ad affrontare una situazione così particolare; unitamente, certezza assiomica e incontestabile riprova che tutto l’impegno di AMD a sostegno delle nostre famiglie è realmente prezioso e ineguagliabile, soprattutto in occasioni come questa che mi accingo a narrarvi.

 

Una storia che nessuno si aspetta

Squilla il telefono: una signorina si presenta come impiegata della ASSL della mia città. Mi dice con voce gentile che la mia mammografia è risultata scarsamente leggibile e mi invita a completare lo screening con un’ecografia. Non mi allarmo, perché ogni anno è la stessa storia, per cui prendo tranquillamente appuntamento due settimane dopo e, buonanotte al secchio, non ci penso più. Il giorno dell’appuntamento mi presento puntuale: mi fanno un’altra mammografia, una ‘macro’ mi dicono, e poi via, sul lettino per l’ecografia. L’esame comincia e la radiologa ispeziona minuziosamente ogni centimetro, bloccandosi di colpo, su di un punto particolare. La vedo cambiare espressione, mi si gela il sangue e non riesco a dire niente, convogliando tutte le tutte le mie energie nello sforzo di non battere i denti e tremare visibilmente. Dopo minuti interminabili, la radiologa mi dice che c’è una piccola formazione che non la convince e che, senza alcun allarmismo, per sicurezza, conviene sottoporre ad ago aspirato. Annuisco meccanicamente con la bocca arsa e il cervello vuoto.
Presto detto, presto fatto: l’indomani il risultato.
La mia trafila è cominciata così, come quella di tante altre donne, con un unico particolare: mio marito impegnato in missione in Afghanistan, io a casa, con tre figli.
Descrivere gli eventi, i sentimenti, i pensieri susseguenti alla conclamazione della malattia e del verdetto ‘carcinoma maligno…’, mi riesce ancora difficile.
Mi è sembrato di vivere in una realtà parallela, ancora incredula che fosse capitato proprio a me, e soprattutto in un momento come quello. Non so come, non so perché e soprattutto non lo avrei mai creduto possibile, mai, per un solo attimo, sono stata sopraffatta dalla disperazione, neanche quando ho assistito allo smarrimento dei miei figli alla presa di coscienza della mia malattia e non sapevo cosa fare, da sola, se non affrontare con loro il discorso con chiarezza e lucidità, senza mezzi termini.
Ho pianto le mie lacrime, questo sì, più per la rabbia, per il senso di dover affrontare un’ulteriore prova che andava ad aggiungersi a quelle già molto pesanti dell’ennesima missione, l’usuale sentimento di impotenza che ti attanaglia quando ti trovi da sola a lottare in prima linea, e la squassante consapevolezza di sentirsi, come al solito, ‘abbandonata’ a te stessa, in momenti così, da quella Istituzione per la quale, da sempre, tutta la tua famiglia affronta sacrifici e offre generosamente, fedeltà, amore ed energie, senza davvero mai chiedere nulla in cambio.
Mio marito ha saputo della reale natura del problema emerso dall’esame un giorno prima di me, informato da un carissimo amico medico che mi ha amorevolmente accompagnata e sostenuta in tutta la mia avventura e che, consapevole delle possibili difficoltà, gli ha telefonato onde consentirgli di organizzare il rientro prima possibile.

 

Non dimenticherò mai la voce che aveva la sera precedente al mio incontro con i medici che mi avrebbero comunicato il tutto. Non la dimenticherò mai, come non potrò mai cancellare la sua confessione, una volta a casa, dopo l’intervento: “Quando l’ho saputo, prima di te, mi sono sentito male, ma non un male qualunque…un dolore fisico, in petto…credevo mi venisse un infarto… dal dolore”.
Ecco, questo significa dover affrontare queste situazioni, così, lontani, quando il filo del telefono non basta, quando stai vivendo una realtà già per molti aspetti drammatica.
La mia più grande sofferenza è stata per lui.
Forse per la prima volta, dopo tante missioni, ho davvero capito come ci si sente a stare lontani da casa e ad affrontare frangenti difficili, in quella situazione.
Ed è lì, soprattutto, che ho versato inarrestabili fiumi di lacrime.
Mi hanno operato, l’ho avuto accanto per cinque giorni, poi è ripartito.
E in quei cinque giorni ho raccolto tutte le mie forze ed energie per rientrare al più presto alla normalità, perché volevo mi sentisse star bene, perché sapevo che la sua grande preoccupazione era che, una volta partito, potessi crollare.
Ma non l’ho fatto.
Una volta avuta la diagnosi definitiva mi sono detta: adesso so che cos’ho, conosco il ‘nemico’ e posso combatterlo. Non lascerò che vinca. E ho ringraziato Dio di essere moglie di un ‘guerriero’… addestrata da anni !!!
Ora mi sto curando, corpo e spirito.
Non sono crollata e non crollerò grazie all’aiuto di Dio, ma anche e soprattutto, in primis, a quello del mio inossidabile marito, dei miei coraggiosi figli, della mia famiglia allargata, degli amici, in particolare Yigal, il mio insostituibile ‘personal doctor’ e Chicca, la sua sempre presente, dolce e tenera moglie.

Ed anche grazie al discreto ma importantissimo sostegno di quante di voi ho avuto il privilegio di conoscere in modo più approfondito. Ho avvertito la vostra stima, il vostro incoraggiamento, il vostro affetto, e non potete lontanamente immaginare quanta energia mi avete regalato, come quella che continua ad infondermi, ogni giorno, l’intero progetto AMD: un motivo in più per non mollare, mai, neanche di fronte ad una mostro che fa paura a tutti e che si chiama cancro.
Perchè il vero cancro è la rassegnazione, il non lottare per quello in cui si crede, il non sorridere alla vita e, perché no, anche ai problemi che ha in serbo per noi!
Una vita a colori intensi, che, soprattutto se condivisa, si tinge di sfumature uniche ed irripetibili, nel sorriso e nel pianto, sempre. comunque, ad ogni costo.”

 

Maria Chiara Santoro – L’Altra Metà della Divisa

 

Pordenone 10 marzo 2013

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