Militari e politica: convivenza forzata

5 giugno 2012 posted by Staff
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“Le limitazioni all’esercizio di attività politica da parte del personale militare (…) non riguardano direttamente il diritto di iscrizione ai partiti o le attività che possono essere svolte all’interno di essi, bensì mirano a separare l’attività di servizio da quella politica, consentita (…) se svolta a titolo personale e fuori dalle condizioni espressamente individuate dalla legge”. (Grnet)

La sentenza 409/2011 della I sezione del Tar della Regione Umbria rappresenta per i lavoratori in divisa rappresenta una vera e propria riforma; è una rivoluzione che va a disciplinare – anche con successive integrazioni e specifiche – un rapporto da sempre difficile e conflittuale eppure così stretto come quello tra politica e militari.

Da Tocqueville a Webber passando per Mosca, il rapporto tra queste due istituzioni di ogni stato moderno è stato oggetto di studi e approfondimento, tanto più quando la storia ci ha regalato prove empiriche di una relazione altalenante, talvolta contrapposta ma che di fato non può essere mai sciolta, poiché ogni stato ha bisogno del suo esercito e ogni esercito non ha ragione di esistere senza stato.

Non solo i filosofi e i politologi hanno affrontato nei secoli questo tema. Anche gli stessi militari lo hanno fatto, essendo anche per loro una priorità e un’esigenza, oltre che un campo da disciplinare per permettere una convivenza pacifica seppur sempre forzata. Nelle parole del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano negli anni Cinquanta, il generale Giorgio Liuzzi “è naturale che salendo verso i più elevati gradini gerarchici l’attività militare e quella politica si avvicinino fino a interferire: gli alti capi militari non possono agire esclusivamente nel settore disinteressandosi di quello politico, nello stesso modo che i governanti e gli eminenti uomini politici non possono svolgere azione di governo o fare alta politica senza tener presenti le esigenze della difesa e l’organizzazione militare”.

 

Mai come in un periodo storico come quello che l’Italia sta vivendo adesso il rapporto tra stato e militari è importante: in questa dilagante crisi di autorevolezza e credibilità dei governanti italiani, esiste addirittura chi prospetto e auspica un colpo di mano militare per riporti ordine, tutela e protezione ai cittadini.

In fondo non è un’idea così bizzarra: la storia ha visto spesso golpe militari che hanno inizialmente risolto situazioni governative corrotte e fallimentari. La medesima storia ci insegna anche che spesso queste prove di forza si sono trasformate, per la natura stessa dell’istituzione militare, in dittature ce poco spazio hanno lasciato alla democrazia. A riprova di quanto sia difficile la relazione tra potere e divisa.

È nelle parole di uno dei massimi esperti di politica estera, nonché consigliere dell’amministrazione americana fino al , anno della sua morte Samuela Phillips Huntington, che si racchiude l’essenza di questo rapporto stato-militari:
“Sui soldati, i difensori dell’ordine, posa una grande responsabilità. Il più grande servizio che essi possono rendere alla nazione è di essere fedeli alle proprie convinzioni, di servire con spirito militare con coraggio e in silenzio. Se rinnegano lo spirito militare, distruggono sé stessi e danneggiano la nazione. Se i civili consentiranno ai militari di aderire ai propri valori, le nazioni stesse potranno tutelare la propria sicurezza facendo propri quegli stessi valori“.(Ibidem)

È in questa chiave di lettura che la sentenza del Tar dell’Umbria acquisisce importanza per la categoria dei militari: dà loro la possibilità di partecipare attivamente, seppure entro certi confini ben definiti, alla vita politica del proprio paese e riconosce in via ufficiale l’illegittimità dei provvedimenti disciplinari che il Ministero della difesa attuava verso i militari politicamente impegnati.

Questa sentenza è solo il primo passo che apre la strada a un lungo cammino verso il riconoscimento senza riserve dei diritti politici dei militari, che devono essere accettati come una categoria dello stato paritaria e non subordinata alla politica. La classe dirigente non deve avere timore dell’esercito, deve invece collaborare e in qualche caso imparare da esso, per fare ordine al suo interno e anche nella gestione dello stato stesso.

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