Militari Santi o Peccatori?

1 settembre 2012 posted by Staff
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Foto: Undo.net

E’ bizzarro leggere di cattolici che litigano con cattolici su temi come la guerra e la pace non trovandosi affatto d’accordo.
Eppure, fermo restando che il rispetto per la morte è sacrosanto a prescindere da religioni o ideologie, è proprio un articolo pubblicato sul giornale Avvenire, nel quale venivano esaltati i nostri militari che hanno perso la vita in missioni di pace all’estero dando loro la definizione di “eroi per la pace”, che ha scatenato una stizzita reazione da parte di una gruppo di sacerdoti pacifisti, guidati da Nandino Capovilla che hanno scritto tutto il loro sdegno in una lettera aperta proprio al direttore Marco Tarquinio, il quale ha replicato mantenendo alti i toni della discussione.

 
Una catena di sant’Antonio a colpi di penna, della quale non si vede la fine. Ma facciamo ordine e iniziamo dal primo articolo pietra dello scandalo, da cui l’indignazione globale, seppure per ragioni differenti, trovò origine.
Nei primi giorni di agosto sul quotidiano Avvenire venne pubblicata una pagina intera in onore agli “eroi della pace” ovvero ai soldati italiani, cappellani compresi, caduti durante le missioni internazionali a corollario della quale c’è una lunga intervista all’ordinario militare mons. Pelvi, nel quale definisce la professione militare come “una professione aperta al bene comune e allo sviluppo della famiglia umana (…) Essere cristiani ed essere militari non sono dimensioni divergenti, ma convergenti, perché la condizione militare trova il suo fondamento morale nella logica della carità ”.

 
Questa definizione non ha riscosso il gradimento dello storico movimento cattolico pacifista Pax Christi che ha replicato utilizzando un’altra definizione tutt’altro che moderata riguardo ai militari additandoli come “portatori di strage” e poi rilancia: “ci scandalizziamo ogni volta che un cristiano infanga il termine «missione», confondendolo con le guerre, chiamate missioni di pace ”.
La lettera dei monsignori pacifisti si chiude con un auspicio: “a 50 anni dal Concilio Vaticano II, crediamo doveroso riaprire una riflessione seria sulla condanna della guerra e sulle strade che sono chiamati a percorrere gli operatori di pace ”.

 

 

Militari in missione: i perchè?

Questa ultima parte mette certamente tutti d’accordo ma, oltre allo sdegno del direttore Tarquinio per queste sentenze a tinte forti e oggettivamente poco giustificate, ai lettori rimangono aperti una serie di interrogativi che non troveranno risposta neanche in un auspicato quanto improbabile Concilio Vaticano III sul tema.
Sentire esponenti di uno degli stati più ricchi al mondo parlare di sprechi e di costi esagerati delle missioni italiani – tecnicamente quindi di un altro stato indipendente e sovrano – è piuttosto bizzarro.
Certamente è vero quanto sottolineato dai sacerdoti pacifisti nella loro lettera, ovvero che la missione in Afghanistan costa due milioni di euro al giorno e che se la stessa cifra fosse investita in opere di maggiore utilità sociale avrebbe una riscontro diretto sulla popolazione, molto più che qualunque missione di pace.
Ma la domanda è: ha senso costruire un ospedale senza preoccuparsi che lo stesso non venga bombardato e distrutto nell’arco di poche settimane? Ha senso investire in scuole senza preoccuparsi di rendere sicure le strade che devono portare i bambini sui banchi? Perché nelle missioni di pace (o se preferite di guerra) i nostri militari fanno principalmente questo: rendono sicuro un luogo che non lo è, per permettere il riprendere della quotidianità senza pericoli per nessuno.
Questo significa missione di pace nell’immaginario collettivo comune; la parola pace non ha solo l’accezione cattolica e al di fuori di questa è inutilizzabile. Anzi. Pace implica un contesto che ne permette il mantenimento e i nostri militari lavorano proprio in questa direzione, perdendo sistematicamente la vita, così come accade per tutte le altre morti bianche al mondo, ovvero nel regolare svolgimento del loro lavoro, ovvero, che piaccia o no, durante una missione di pace.
A questa riflessione ne segue a ruota un’altra che ci limiteremo ad accennare, lasciando ogni approfondimento alle coscienze dei lettori. A muovere accuse e giudizi facili sui nostri militari in missione non è lo stesso stato sovrano che per secoli ha intrapreso “missioni di pace” in africa e in America Latina, nel tentativo di diffondere il proprio credo, senza tener conto di tradizioni vive da milioni di anni e nell’assoluta presunzione di essere possessore dell’unica verità possibile?

 

Fonti: Europaquotidiano / Mobile.Ilmanifesto / Ibidem

 

 

 

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