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Marò arrestati in India: la perizia assicura che “non hanno sparato loro” 5.00/5 (100.00%) 1 Vota questo articolo

Credits: la Presse

I due soldati italiani arrestati lo scorso 15 febbraio in India continuano in carcere ma non ci sono prove concrete contro di loro, nessuno può dimostrare che siano stati, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, a sparare ai due pescatori uccisi quel giorno.
Gli esperti considerano che ci sono incongruenze sia nelle testimonianze dei pescatori sia nelle indagini realizzate dalle autorità indiane.
Uno dei rappresentanti della perizia nel caso, Luigi Di Stefano, il quale ha realizzato un accurato rapporto su quanto accaduto nelle coste di Kerala, ha assicurato al Sole24Ore che “molti elementi non quadrano. A cominciare dall’autopsia effettuata dall’anatomopatologo del Tribunale indiano, il professor Sisikala che ha recuperato il proiettile dal corpo di uno dei due pescatori uccisi, definendolo calibro 0,54 pollici, parti a 13 millimetri cioè un calibro oggi inesistente”.

 
Il perito sostiene che “il proiettile è stato repertato con misure indicate in modo criptico e furbesco”, inoltre considera che “se Sisikala avesse espresso le misure del proiettile in forma canonica, cioè con calibro e lunghezza in millimetri, avrebbe scritto calibro 7,62 e lunghezza 31 millimetri. Il caso sarebbe già chiuso dal 16 febbraio, giorno successivo al fatto e giorno dell’autopsia. Invece del diametro ha reso nota la “circonferenza” (credo sia la prima volta al mondo) e invece dei millimetri ha usato i centimetri”, ha detto il perito a modo spiegativo.
Per Di Stefano, le autorità indiane hanno sempre saputo che il calibro che ha ucciso i due pescatori non è quello delle armi italiane e considera che ha avuto “malafede” da parte degli investigatori indiani. Una malafede che spiegherebbe, afferma il perito, perché i due esperti balistici dei carabinieri non sono stati ammessi alle indagini ma accettati solo come osservatori.

 
D’altra parte, Di Stefano parla di contradizioni nelle testimonianze dei pescatori: ad esempio, il proprietario del peschereccio, Freddy Bosco, ha detto “di aver subito l’attacco alle 16.15 ma in quel momento la Enrica Lexie si trovava 27 miglia più al nord” del luogo del successo. Inoltre, Bosco ha dichiarato, tre settimane dopo dei fatti, che non aveva mai visto la scritta della nave dalla quale erano arrivati gli spari.
Secondo le analisi di Di Stefano nella zona dove è avvenuto l’incidente erano 5 le navi con la stessa colorazione, di cui solo quattro chiamate dalla Guardia Costiera, che esclude la greca Olimpyc Flares che aveva appena denunciato un attacco di pirati. La nave greca comunque è stata esclusa subito dopo che la Enrica Lexie accettò di entrare nel porto di Kochi, dove i due marò furono poi fermati.

 

Le autorità indiane, con la scusa di dover fare ancora delle altre indagini, ritardano l’uscita dei due marò dal carcere ma, cosa fa il governo italiano? Forse niente?
Il presidente Mario Monti si è riunito ieri con il primo ministro indiano, Manmohan Singh, a Seul e l’unica conclusione alla quale sono arrivati è l’impegno per trovare “una soluzione amichevole”. Monti ha sottolineato la necessità di adottare una linea morbida con Nuova Delhi evitando di “battere i pugni” per favorire “esiti non sfavorevoli”.  Secondo quanto riportato dalla stampa indiana  in realtà Monti avrebbe addirittura accettato la giurisdizione di Nuova Delhi sulla vicenda dei due militari italiani.
Infatti, il Times of India pubblica un “cambio di atteggiamento e tono” da parte dell’Italia che ora, per bocca del premier, “rispetta la giurisdizione indiana sui due detenuti”.

Non va mica bene signor Monti!!!!!!

Per saperne di più: il giudice di Kerala afferma che è stato un atto di terrorismo.

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