Malattie di guerra: un nemico muto più potente delle armi 5.00/5 (100.00%) 1 Vota questo articolo

Quando si pensa alla guerra, anche in un’era tecnologica come questa, subito ci vengono in mente il sangue, le vittime, gli spari e i morti. Famiglie distrutte, bambini orfani, città bombardate. Da qualunque punto di vista la si guardi, la guerra rappresenta sempre prima di tutto una tragedia per l’umanità. Anche se la si guarda dal punto di vista di chi la compie, per scelta, per lavoro, per vocazione: i soldati.

 

Malattie soldati italiani

I traumi, le immagini e le tragedie vissuti nei luoghi di guerra hanno sviluppato una vera e propria malattia mentale tra i soldati, della quale si sente parlare pochissimo: è la PTSD, Post traumatic stress disorder. In tutti i paesi coinvolti in missioni militari all’estero la PTSD tende a essere considerata un fenomeno di poca importanza e che riguarda una minima percentuale di soldati.

La verità però, come raccontano inchieste e fonti non ufficiali, è un’altra: la realtà dei soldati colpiti da PTSD riguarda una percentuale che sfiora il 5% dei combattenti, un indice che non può essere ignorato . La vera tragedia poi si compie al reintegro della quotidianità di civile: crisi d’ansia, tachicardia, insonnia, stati depressivi si accompagnano a un aumento vertiginoso delle violenze domestiche e dei suicidi.

 
E proprio il rientro in società come comuni civili è difficoltoso e spesso fallimentare per gli ex soldati impegnati in teatri di guerra, come evidenzia uno studio di un ex analista finanziario Guido Piccarolo, co-fondatore di Habilitation House (lahn), un’agenzia che si occupa di portatori di disabilità e di coloro che perdono il lavoro, “quando questi ragazzi, spesso giovani tra i 25 e i 30 anni, rientrano da un conflitto, trovano un paese impreparato a reinserirli nella società, perché troppo impegnato a uscire dalla crisi. È il triste paradosso di chi ha dato tutto per la patria e si ritrova a essere trattato come un problema da risolvere ”.

 
Molti i racconti drammatici delle vittime di questa malattia, divulgati attraverso inchieste di settore poco pubblicizzate, come quella del quotidiano Repubblica, pubblicata a settembre 2011 nella quale Piero Follesa, reduce da Nassiriya, sfoga la sensazione di abbandono nella quale è caduto al suo ritorno in Italia: “non so se posso considerarmi felice di essere ancora vivo. Ho aggredito mio figlio perché mi ha sfiorato una spalla. Avevo la bava alla bocca e le pupille dilatate ”. Racconti come questo, fatti con estrema lucidità dai protagonisti, danno l’idea della drammaticità quotidiana del PTSD.
In passato non accadeva questo perché la realtà era ancora più crudele: nella prima guerra mondiale i cosiddetti “scemi di guerra” venivano semplicemente rinchiusi nei manicomi, facendone perdere ogni traccia, cancellandoli di fatto dalla società civile. È dalla guerra in Vietnam che si inizia a parlare di PTSD e da allora ad oggi, lo si fa sempre a denti stretti; è una presenza scomoda, che non rende onore al coraggio dei soldati e ne mostra le debolezze rendendoli vulnerabili. O meglio, umani. Ma in un ambiente “machista” come quello militare le debolezze non sono accettate, non esistono, non si tollerano. Meglio nasconderle. Meglio tacere. Ed è quello che fanno coloro che sono affetti dal PTSD: rimangono in silenzio, tengono tutto dentro, creando giorno dopo giorno una miccia esplosiva pronta a esplodere senza preavviso.

 
La dicitura “disturbo post traumatico da stress” è stata pubblicata per la prima volta nel 1980 all’interno del Manuale Diagnostico dell’associazione psichiatrica americana e rappresentava la risposta medica ai troppi veterani di guerra – circa il 20% – che accusavano gravi disturbi psichici. Nel corso degli anni la PTSD ha acquisito anche connotazioni in ambiti diversi da quello della guerra, come le catastrofi naturali, gli abusi sessuali e le violenze domestiche.
Molto lentamente il PTSD sta emergendo e questo permette di creare strutture adatte a curarlo e studiarlo, come il Veteraneninstituut, un centro di assistenza olandese dedicato ai reduci dal fronte e a tutte quelle difficoltà che devono affrontare per reinserirsi nella società civile e vincere la battaglia per loro più importante: uscire dal tunnel del PTSD. Centri come quello olandese servono anche per diffondere informazioni spesso soffocate, non solo in relazione alle condizioni dei reduci che rientrano nei paesi di appartenenza, ma anche in merito alle missioni che li vedono protagonisti, le cosiddette peacekeeping, vere e proprie azioni di guerra che di pacifico non hanno nulla.

 
I grandi dolori sono muti diceva Erodoto nel V secolo avanti Cristo, che aveva già compreso quanto le ferite della psiche siano più profonde e indelebili delle cicatrici del corpo.

(Fonte: La Reppublica  / Focusvita)

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