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Il Consiglio di Stato riconosce ora, dopo la negazione iniziale, che ai cittadini in uniforme è applicabile la normativa comune in materia di assistenza ai familiari disabili, ovvero la legge 104. Il Consiglio ha pubblicato una sentenza (sentenza n. 4047/2012) pochi giorni fa in cui riconosce questo diritto.

 

Questa sentenza significa un ritorno sui suoi passi in quanto fino ad ora, il giudice manteneva una posizione contrario, ovvero considerava inapplicabili agli operatori del comparto sicurezza e difesa le modifiche apportate dalla legge 183/2010 (collegato lavoro) alla legge n. 104/1992.

 

E questo è stato un motivo di protesta da parte da militari, poliziotti e associazioni civili che lo scorso 17 aprile si sono manifestati davanti a Palazzo Spada e ad urlare lo slogan “non siamo cittadini di serie B”.

 

Ora arriva il cambiamento e il consiglio di Stato chiarisce che l’art. 24 della legge n. 183/2010 ha sostituito il comma 3 (Permessi mensili retribuiti) ed il comma 5 (scelta della sede) della legge n. 104/1992, eliminando i requisiti della cd. continuità ed esclusività nell’assistenza quali necessari presupposti del beneficio e che tale innovazione è immediatamente applicabile anche ai cittadini in uniforme.

 

La sentenza dice che “ragioni testuali e sistematiche inducono a considerare la novella dell’art. 24 applicabile a tutto il personale dipendente, senza eccezioni: sino a quando, cioè, la legislazione attuativa richiamata dall’art. 19 non interverrà e non detterà disposizioni speciali e derogatorie, la disciplina comune in materia di assistenza ai familiari disabili potrà trovare applicazione anche per il personale delle Forze Armate, di Polizia ed ai Vigili del Fuoco”. 

 

L’avvocato Giorgio Carta, esperto in diritto militare, considera che si tratta di una vittoria del principio per cui militari e forze dell’ordine non sono cittadini di serie B. Inoltre afferma che questa sentenza dimostra che “i cittadini in uniforme non devono accettare passivamente i soprusi cui sono sottoposti dai propri superiori, ma organizzarsi e consorziarsi per far valere i loro diritti. Il miglioramento delle loro condizioni di lavoro, cioè, dipende in gran parte dalla loro determinazione a farsi rispettare e la specificità non può mai costituire un pretesto – per superiori o giudici – per restringere i loro diritti”.

 

(Fonti: Geronimados e Grnet)

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