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In diverse occasioni ho avuto l’opportunità di parlare con Alberto Alpozzi, autore di Diario Afghano, fotoreporter di guerra e possibilmente probabilmente una delle persone più sensibili che conosco ai problemi altrui. Infatti, in questo spazio abbiamo già pubblicato alcuni articoli che parlano di lui e del suo lavoro.

Ma non si tratta soltanto di prendere una fotocamera, partire da casa per andare in Afghanistan e scattare qualche flash, come se niente fosse….Non è così. Per Alberto, tutte le volte, tutti i viaggi, sono una rinascita, un modo di rielaborare di nuovo tutta la scala di priorità e di rendersi conto di quando siamo fortunati. Ma non solo. Ogni viaggio, come  racconta lui stesso a Diario Afghano, è una conferma dell’importante lavoro dei nostri soldati in missione all’estero. “Forse non è neppure una valigia quella che stai preparando. E’ un pezzo di te, delle tua vita, che devi portarti dietro. Non devi dimenticare quelle piccole cose che ti rappresentano, che ti danno un’identità. Quando parti per certi viaggi è come mettere la tua vita in stand-by”.

 

 

Che senso ha per lui questo lavoro di fotoreporter di guerra?

 

Innanzitutto, non è semplicemente un lavoro. Diciamo che un impiego come quello che lui ha, non gli permetterà mai di diventare ricco. Ma c’è molto di più dietro: ci sono soddisfazioni che probabilmente nessuno di noi riuscirebbe mai ad immaginare. “Essere gli occhi e il cuore di tutti coloro che non possono vedere e toccare con mano certe realtà. Non è facile mettere in una immagine tutte le nostre emozioni, le nostre paure, i nostri desideri. Una, due, mille fotocamere non sono nulla se dentro di noi non abbiamo qualcosa da comunicare”.

 

Alberto né ha tante di cose da comunicare. Uno dei motivo è sicuramente l’amore per il proprio lavoro. Si sente orgoglioso di quello che fa e di quello che i nostri militari rappresentano lì dove sono. Come lavorano, come difendono la nostra patria, come aiutano popoli che non hanno davvero niente…..alcune immagini, come avrete visto anche voi, sono piene di tenerezza ma soprattutto di messaggi di solidarietà e di professionalità. Di valori e idee che valgono la pena. Di sacrifici di giovani lontani da casa, dai loro cari. “Non è una partenza. E’ un distacco. Una cesura. Fai i conti con quello che sei veramente, con quello che temporaneamente stai abbondonando e con quello che veramente ti racconta il nostro mondo fatto da innumerevoli capricci”.

 

“Siamo nella Fob Tobruk, Bala Boluk, provincia di Farah, Afghanistan. Migliaia di chilometri dall’Italia. Anni luce dalla nostra incantata quotidianità. Benvenuti nell’ultimo avamposto italiano in Afghanistan. 180 Ragazzi! When ever you are – Here you are a family recita un cartello in inglese e arabo”.

 

Alberto ci spiega nel suo Diario Afghano come questo tipo di viaggi, che non sono una vacanza né un divertimento, obbligano ad una lotta interiore. “Ti fanno scontrare con i tuoi stessi pensieri: che significato ha tutto ciò in un luogo dove il tempo e lo spazio sono alterati? Laggiù tutti i giorni è lunedì. Lunedì fra la sabbia e i pericoli”.

 

 

 

Tutti i giorni è lunedì

 

La differenza fra quello che vediamo noi, qui nel mondo dei capricci, come dice Alberto e quello che si vede in Afghanistan deve essere abissale. Non solo il panorama, che se sereno, deve essere bellissimo, ma anche il modo di vivere ogni giorno, le domande riguardo cosa succederà domani: “un qualcosa di difficilmente descrivibile non per quello che stai vivendo in quel preciso istante ma per i presupposti di quello che, con tutte le incognite del caso, andrai a scoprire nei giorni a seguire”.

 

L’Afghanistan è sicuro? Questo non lo sappiamo. Speriamo di si perché i nostri ragazzi saranno li fino al 2014. Come dice Alberto, il loro futuro è nelle mani degli afghani. Forse è vero che come alcuni di loro dicono, alcuni dei nostri soldati dicono,  “la vera missione è ritornare. Tornare e vedere quello che hai costruito, vedere i progressi, questo mi fa sentire parte di qualcosa”.

 

Si, anch’io sono orgogliosa dei nostri soldati in missione all’estero e ringrazio Alberto Alpozzi per farmi vedere un pezzetto di quello che fanno con occhi diversi da quelli dei politici e della stampa. Un punto di vista più umano ci vuole, non solo per noi cittadini, ma soprattutto per i familiari dei propri soldati che devono vivere per dei mesi con questo peso: grazie alle immagini di Alpozzi, il peso è più leggero.

 

Foto: Alberto Alpozzi.

 

Jèssica Parra

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