Archivi per la categoria 'Missioni Militari'

La Siria Diverrà Una Questione Italiana?

5 settembre 2013 inviato da Staff
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La Siria Diverrà Una Questione Italiana? 4.64/5 (92.73%) 11 Vota questo articolos

 

Le prossime ore saranno senza dubbio decisive rispetto al conflitto interno alla Siria che ha mandato al creatore qualcosa come 90 mila vittime negli ultimi due anni. Il mondo intero sta decidendo come e se agire per porre fine al massacro di civile e ristabilire la pace. O almeno questo dovrebbe essere l’intento.

 

Tutto ebbe inizio due anni fa con la popolazione siriana scesa in piazza per reclamare la fine della dittatura. Da allora si è arrivati all’embargo passando per migliaia di morti, fino all’indignazione mondiale per il presunto uso di armi chimiche.

 

Sira. La prossima destinazione del nostro esercito?

Sira. La prossima destinazione del nostro esercito?

L’Italia in questo contesto pare avere le idee chiarissime circa un eventuale coinvolgimento dell’esercito in una missione internazionale in Medio Oriente. Il ministro Bonino ha fermamente bocciato un’azione militare che non sia sotto l’egida delle Nazioni Unite, dunque senza una precisa delibera del consiglio di sicurezza dell’ONU.

 

A calcare ulteriormente la mano, neanche a dirlo, il Vaticano: “il conflitto in Siria contiene tutti gli ingredienti per esplodere in una guerra di dimensioni mondiali. L’alternativa non può essere che quella della ragionevolezza, delle iniziative basate sul dialogo e sul negoziato (…) Occorre imboccare senza indugio la via dell’incontro e del dialogo, che sono possibili sulla base del rispetto reciproco, dell’amore” come dichiarato da Mario Toso, del dicastero vaticano Giustizia e Pace.

 

 

La Siria è Già Da Tempo Una Questione Italiana

 

Questa ventata di pace del Governo Letta stride non poco con le condotte e gli interessi degli ultimi anni delle nostre istituzioni che dall’inizio di questo conflitto hanno venduto partite di armi leggere, più facili da piazzare e smerciare ma anche “le più pericolose tra le armi di distruzione di massa” come le ha definite Kofi Annan. Il tutto per un giro di denaro che dal 2009 ha fruttato qualcosa come 230 milioni di euro.

 

Appena l’ombra dello scandalo ha fatto capolino, la Finmeccanica si è affrettata a precisare che la commissione delle armi era antecedente allo scoppio delle violenze e anche dell’embargo. Affermazione che mirava semplicemente a non essere considerati responsabili dell’uso militare che Damasco ha fa e tuttora fa di quelle armi.

Tutte queste informazioni e molte altre di portata ben più ampia dell’Italia derivano a più livelli dalla vicenda Wikileaks, dunque da una fonte attendibile.

 

Ora alla luce di tutto questo, se si ripensa alla forte presa di posizione del governo Italia e alla quasi indignazione per la proposta di attacco americano senza l’egida delle nazioni unite, non viene un po’ da sorridere? E il sorriso non diventa un po’ amaro se si pensa che il mondo ha deciso di mobilitarsi dopo quasi centomila morti e solo però pare siano state usate armi chimiche? I morti sotto i bombardamenti o per mano di coltelli o armi leggere non meritavano attenzione? I morti di guerra sono morti di guerra e non fa differenza il modo.

 

Il pensiero che i nostri militari vengano coinvolti in un altro Kosovo non credo esalti nessuno. Stiamo faticando a uscire dal pantano dell’Afghanistan, non riusciamo a far tornare a casa due marò, siamo pieni di problemi interni con la recessione e la disoccupazione che galoppano…forse mandare i nostri militari a morire in Siria non sarebbe la scelta più oculata. Neanche sotto l’egida dell’Onu.

 

Fonte: ilfattoquotidiano / repubblica / gadlerner

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Divisione Ariete: Il 132 Reggimento Carri della Brigata Corazzata Ariete è un’unità di alto valore dentro dell’Esercito Italiano e delle Forze Armate in Generale. La divisione ariete, nata nel 1937, ha il compito di custodire e conservare la memoria storica: unico e vero tesoro di una nazione e del suo popolo.

 

La divisione ariete è la prima unità corazzata dell’Esercito, distrutta e ricostituita diverse volte, è ad oggi alimentata con militari volontari e inserita fra le forze italiane a disposizione del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO.

 

Divisione Ariete: Mezzi e Personale

divisione ariete

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tributo Divisione Ariete

Ecco qui un video tributo per conoscere meglio le missioni di questi coraggiosi soldati italiani.

 

 

Fonte: Ministero Difesa, Professione Difesa e Wikipedia

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Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa?

18 luglio 2013 inviato da Staff
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Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa? 2.00/5 (40.00%) 2 Vota questo articolos

 

Fa certamente meno clamore adesso di qualche anno fa. Per questo se ne parla poco, non fa più notizia. Ma in Afghanistan i nostri militari continuano a operare. E anche a rimanere feriti. Le morti invece, quelle sì, rimangono la notizia di quel solo disgraziato giorno.  Come quella del capitano Giuseppe La Rosa, ucciso a Farah in Afghanistan poche settimane fa.

 

Proprio sulla morte del capitano, durante un’interrogazione alla camera il ministro Mario Mauro ha sottolineato come  non sia possibile “azzerare completamente i rischi per i nostri militari, nonostante la validità delle procedure operative seguite e degli equipaggiamenti utilizzati“… Come a dire sono rischi imprevedibili del mestiere di soldato nelle sue missioni internazionali.

 

militari-italiani-afghanistan

 

E ancora in seguito ad una esplosione pochi giorni fa, mentre era di pattuglia ad alcuni chilometri da Bala Boluk,  alle 14.15 locali (le 11.45 italiane) lungo la strada n.517, nella provincia di Farah, un militare italiano è rimasto lievemente ferito al volto.

 

Dall’inizio di questo 2013 le vittime in Afghanistan sono cresciute del 24%, e un terzo dei caduti è stato ucciso per mano di forze anti-governative. L’unico dato positivo in questo massacro è che secondo fonti ufficiale delle Nazioni Unite, i talebani hanno aperto le porte a un dialogo con l’amministrazione in carica.

 

Sarà forse anche sull’onda di questa dichiarazione di intenti che il neo governo Letta, sebbene abbia sottolineato la progressiva risoluzione dell’organico italiano, che oggi tocca le 3100 unità con un ulteriore flessione dei prossimi mesi, ha anche confermato la volontà di proseguire la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, concludendola secondo i tempi stabiliti nel 2014.

Quello che secondo il ministro degli esteri frena un ritiro anticipato delle nostre truppe dal territorio afghano verte su due binari imprescindibili: ”in primo luogo la necessità di non mettere a rischio la sicurezza dello stesso contingente, in una fase particolarmente delicata quale è sempre quella del ripiegamento, procedendo con il ritiro accelerato delle componenti operative. In secondo luogo l’indisponibilità sia di sufficienti vie di comunicazione nella regione, sia di vettori aerei, navali, terrestri per la concomitante richiesta di tutti i Paesi della coalizione internazionale”.

 

Questo significa principalmente che il passaggio di consegna tra le il contingente internazionali e le forze governative non è ancora concluso e fino alla fine di questo processo di transizione l’Italia non abbandonerà il paese.

Non solo. Ma anche dopo il 2014 è intenzione del governo italiano proseguire con l’impegno in Afghanistan in termini di assistenza e addestramento alle forze afghane con la nuova missione che si chiamerà Resolute Support.

 

Ora se questa sia una bella o una brutta notizia lo lasciamo decidere a voi lettori. Il pensiero che questa missione di guerra travestita di pace abbia una fine ancora incerta, turba i sonni di molti italiani. Sia qui che lì. Sia per coloro che la vedono come un lavoro, pericoloso, senza certezza, ma pur sempre un lavoro. Sia per coloro che la vivono come un inutile impiccio internazionale dal quale non usciremo mai.

 

 

Fonte: repubblica / ilmessaggero / nocensura /articolotre

 

 

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Gli Italiani per l’Afghanistan. Un anno dopo

18 giugno 2013 inviato da Staff
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alpozzi uno

Chi ci racconta la solita storiella dei nostri militari che vanno in missione solo per denaro non ha vissuto come me in prima persona il teatro operativo afghano e soprattutto non ha avuto modo di conoscere i ragazzi che laggiù vi operano distanti da casa per 6 mesi.

 

Le missioni operative all’estero, nelle zone di guerra, non sono solo fatte di scontri a fuoco, sacrifici e polvere, molta polvere, ma sono fatte soprattutto da uomini e donne, esseri umani, nel caso specifico da “italiani”.

 

Più di un anno fa quando andai per la prima in Afghanistan lavorai a stretto contatto con diversi ragazzi e realizzai diverse immagini che li ritraevano impegnati in attività operative per contrastare gli insurgents, i talebani, oppure impegnati nella sicurezza dei cantieri di ricostruzione e aiuti alla popolazione e tra le varie immagini, uno scatto estemporaneo, che a distanza di più di un anno continua a tornare è quello del marò Ciro Patronelli (nell’immagine), commosso in ginocchio, vicino ad un bimbo afghano all’interno del carcere femminile di Herat.

Lì per lì era una delle tante immagini che avevo realizzato. Quando gliela regalai per ricordo non potevo sapere ciò che questa foto avrebbe generato nel tempo.

 

alpozzi dueIl mio lavoro in Afghanistan nel mentre terminò, rientrai in Italia alla mia vita quotidiana, mentre Ciro era ancora laggiù, per qualche mese, insieme a tutti i suoi colleghi per concludere i 6 mesi di missione.

Al suo ritorno mi contattò per ringraziarmi di quella immagine e per farmi sapere che stava organizzando un evento di beneficienza a Brindisi, “L’Italia per l’Afghanistan”, nel quale mi voleva coinvolgere per raccogliere fondi per i bimbi dell’orfanotrofio di Herat.

 

Senza esitazioni diedi la mia piena disponibilità e ad aprile mi trovavo ospite a casa di Ciro a Brindisi, “scortato” in giro per la città da lui o dai suoi colleghi, gli stessi “angeli custodi” che si occuparano della mia sicurezza in Afghanistan.

 

L’evento fu un successo che coivolse artisti, cantanti, cabarettisti, danzatori e scuole. L’ex cinema Eden di Brindisi era pieno ed io insieme alla collega Carlotta Ricci raccontammo l’Afghanistan dei nostri ragazzi per far apprezzare l’impegno e la dedizione che ci mettono nello svolgere il loro lavoro al di là di ogni questione politica.

 

I soldi raccolti vennero inviati a Herat tramite un suo collega, Davide Leone, sempre del Battaglione San Marco, che lo aveva sostituito in missione e finalmente dopo mesi ho potuto vedere l’esito positivo della raccolta.

 

Chi sono i nostri militari all’estero

 

Perchè vi racconto tutto questo? Perchè ho voluto condividerlo con voi?

 

Perchè questi sono i nostri ragazzi, perchè questi sono i nostri migliori ambasciatori all’estero: sono uomini e donne che non riescono a non farsi coivolgere emotivamente da quanto vivono senza poter intervenire anche privatamente nel cercare di poter portare un aiuto a chi è meno fortunato di noi pur vivendo a migliaia di chilomentri da casa, perchè “fare del bene non ha colore politico ne bandiera” e la vera missione dei nostri ragazzi è una missione morale prima che militare.

 

alpozzi quattro

 

 

 

Ricordiamoci dunque, prima di parlare, i sacrifici che attualmente tutti i nostri militari stanno compiendo distanti da casa e tutto quanto seguitano a costruire in silenzio anche quando ritornano.

 

Ecco perchè ho voluto raccontarvi questa storia: perchè l’eco mediatico pone sempre, tristemente, l’accento sul dolore, sui caduti e sulla distruzione ma dimentica il bene che viene fatto in silenzio, perchè le notizie dovrebbero essere la costruzione e non la distruzione.

 

 

Di Alberto Alpozzi Fotoreporter

 

 

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Ammalarsi di cancro durante una missione: Storie che nessuno ci racconta 5.00/5 (100.00%) 2 Vota questo articolos

“Mi rendo conto che il titolo di questa mia testimonianza è un po’ duro, ma non sono mai stata una che si nasconde dietro alle parole e sono convinta che certi eventi vadano riconosciuti e chiamati per nome seppur nella loro crudezza e verità.
Solo così costituiranno, e lo spero con tutto il cuore, ricchezza e bagaglio per quante di noi, e non lo auguro davvero, potrebbero essere costrette ad affrontare una situazione così particolare; unitamente, certezza assiomica e incontestabile riprova che tutto l’impegno di AMD a sostegno delle nostre famiglie è realmente prezioso e ineguagliabile, soprattutto in occasioni come questa che mi accingo a narrarvi.

 

Una storia che nessuno si aspetta

Squilla il telefono: una signorina si presenta come impiegata della ASSL della mia città. Mi dice con voce gentile che la mia mammografia è risultata scarsamente leggibile e mi invita a completare lo screening con un’ecografia. Non mi allarmo, perché ogni anno è la stessa storia, per cui prendo tranquillamente appuntamento due settimane dopo e, buonanotte al secchio, non ci penso più. Il giorno dell’appuntamento mi presento puntuale: mi fanno un’altra mammografia, una ‘macro’ mi dicono, e poi via, sul lettino per l’ecografia. L’esame comincia e la radiologa ispeziona minuziosamente ogni centimetro, bloccandosi di colpo, su di un punto particolare. La vedo cambiare espressione, mi si gela il sangue e non riesco a dire niente, convogliando tutte le tutte le mie energie nello sforzo di non battere i denti e tremare visibilmente. Dopo minuti interminabili, la radiologa mi dice che c’è una piccola formazione che non la convince e che, senza alcun allarmismo, per sicurezza, conviene sottoporre ad ago aspirato. Annuisco meccanicamente con la bocca arsa e il cervello vuoto.
Presto detto, presto fatto: l’indomani il risultato.
La mia trafila è cominciata così, come quella di tante altre donne, con un unico particolare: mio marito impegnato in missione in Afghanistan, io a casa, con tre figli.
Descrivere gli eventi, i sentimenti, i pensieri susseguenti alla conclamazione della malattia e del verdetto ‘carcinoma maligno…’, mi riesce ancora difficile.
Mi è sembrato di vivere in una realtà parallela, ancora incredula che fosse capitato proprio a me, e soprattutto in un momento come quello. Non so come, non so perché e soprattutto non lo avrei mai creduto possibile, mai, per un solo attimo, sono stata sopraffatta dalla disperazione, neanche quando ho assistito allo smarrimento dei miei figli alla presa di coscienza della mia malattia e non sapevo cosa fare, da sola, se non affrontare con loro il discorso con chiarezza e lucidità, senza mezzi termini.
Ho pianto le mie lacrime, questo sì, più per la rabbia, per il senso di dover affrontare un’ulteriore prova che andava ad aggiungersi a quelle già molto pesanti dell’ennesima missione, l’usuale sentimento di impotenza che ti attanaglia quando ti trovi da sola a lottare in prima linea, e la squassante consapevolezza di sentirsi, come al solito, ‘abbandonata’ a te stessa, in momenti così, da quella Istituzione per la quale, da sempre, tutta la tua famiglia affronta sacrifici e offre generosamente, fedeltà, amore ed energie, senza davvero mai chiedere nulla in cambio.
Mio marito ha saputo della reale natura del problema emerso dall’esame un giorno prima di me, informato da un carissimo amico medico che mi ha amorevolmente accompagnata e sostenuta in tutta la mia avventura e che, consapevole delle possibili difficoltà, gli ha telefonato onde consentirgli di organizzare il rientro prima possibile.

 

Non dimenticherò mai la voce che aveva la sera precedente al mio incontro con i medici che mi avrebbero comunicato il tutto. Non la dimenticherò mai, come non potrò mai cancellare la sua confessione, una volta a casa, dopo l’intervento: “Quando l’ho saputo, prima di te, mi sono sentito male, ma non un male qualunque…un dolore fisico, in petto…credevo mi venisse un infarto… dal dolore”.
Ecco, questo significa dover affrontare queste situazioni, così, lontani, quando il filo del telefono non basta, quando stai vivendo una realtà già per molti aspetti drammatica.
La mia più grande sofferenza è stata per lui.
Forse per la prima volta, dopo tante missioni, ho davvero capito come ci si sente a stare lontani da casa e ad affrontare frangenti difficili, in quella situazione.
Ed è lì, soprattutto, che ho versato inarrestabili fiumi di lacrime.
Mi hanno operato, l’ho avuto accanto per cinque giorni, poi è ripartito.
E in quei cinque giorni ho raccolto tutte le mie forze ed energie per rientrare al più presto alla normalità, perché volevo mi sentisse star bene, perché sapevo che la sua grande preoccupazione era che, una volta partito, potessi crollare.
Ma non l’ho fatto.
Una volta avuta la diagnosi definitiva mi sono detta: adesso so che cos’ho, conosco il ‘nemico’ e posso combatterlo. Non lascerò che vinca. E ho ringraziato Dio di essere moglie di un ‘guerriero’… addestrata da anni !!!
Ora mi sto curando, corpo e spirito.
Non sono crollata e non crollerò grazie all’aiuto di Dio, ma anche e soprattutto, in primis, a quello del mio inossidabile marito, dei miei coraggiosi figli, della mia famiglia allargata, degli amici, in particolare Yigal, il mio insostituibile ‘personal doctor’ e Chicca, la sua sempre presente, dolce e tenera moglie.

Ed anche grazie al discreto ma importantissimo sostegno di quante di voi ho avuto il privilegio di conoscere in modo più approfondito. Ho avvertito la vostra stima, il vostro incoraggiamento, il vostro affetto, e non potete lontanamente immaginare quanta energia mi avete regalato, come quella che continua ad infondermi, ogni giorno, l’intero progetto AMD: un motivo in più per non mollare, mai, neanche di fronte ad una mostro che fa paura a tutti e che si chiama cancro.
Perchè il vero cancro è la rassegnazione, il non lottare per quello in cui si crede, il non sorridere alla vita e, perché no, anche ai problemi che ha in serbo per noi!
Una vita a colori intensi, che, soprattutto se condivisa, si tinge di sfumature uniche ed irripetibili, nel sorriso e nel pianto, sempre. comunque, ad ogni costo.”

 

Maria Chiara Santoro – L’Altra Metà della Divisa

 

Pordenone 10 marzo 2013

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I Marò Ringraziano Le Elezioni

24 febbraio 2013 inviato da Staff
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Ci volevano le elezioni per riportare in Italia Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i nostri Marò confinati in India da oltre un anno, fatta eccezione per la breve parentesi delle vacanze di Natale, accusati della morte di Ajesh Binki e Gelastine, scambiati per pirati mentre erano a bordo della nave Enrica Lexie del Battaglione San Marco.

Quattro settimane di libertà che la corte suprema di New Delhi ha concesso ai due militari per permettere loro di espletare il diritto civile al voto.

Permesso Concesso Nonostante Le Opposizioni Indiane

 

Questa volta è servita la garanzia di Daniele Mancini, l’’ambasciatore italiano in India, che ha assicurato il ritorno dei marò entro i termini stabiliti.

E nonostante questa rassicurazione il vice procuratore dello Stato del Kerala P.P. Malhotra si è mostrato contrario alla concessione della licenza. I motivi della sua opposizione vertono principalmente sul fatto che a muovere al richiesta non sono stati direttamente i due militari. Tuttavia il Giudice ha ritenuto di poter accogliere la richiesta e ha concesso ai nostri militari 4 settimane di permesso in Italia per partecipare attivamente alle elezioni e per rivedere i propri cari.

Oltre alla garanzia dell’ambasciatore italiano, il giudice ha richiesto anche ai due fucilieri di firmare un affidavit relativamente ai loro obblighi nei confronti della giustizia indiana.

In una nota, Palazzo Chigi ha subito reso nota la soddisfazione per questa decisione che “rappresenta la conferma del clima di fiducia e di positiva collaborazione instauratosi con le Autorità di New Delhi, clima ulteriormente rafforzato dal ritorno in India dei nostri due Marò a seguito della breve licenza natalizia. È, questo, un altro importante segnale che lascia ben sperare in una positiva soluzione di questa complessa vicenda”.

I due fucilieri non sono più in regime di detenzione da alcune settimane, dopo che il 18 gennaio, la corte suprema indiana negò la giurisdizione del Kerala sul caso, affermando la necessità di istituire un tribunale speciale, in quanto l’episodio si svolse in acque internazionali.

L’istituzione di un tribunale speciale per l’India è un fatto del tutto nuovo: il ministero degli Esteri deve infatti chiedere a quello della Giustizia di designare i giudici per questo tribunale, per poi presentare nuovamente il dossier al massimo tribunale indiano per  l’approvazione definitiva.

Ad oggi Latorre e Girone godono del regime di libertà provvisoria su cauzione e risiedono in un hotel a New Delhi.

Mistero invece sui passaporti dei nostri marò. Il ritorno in Italia è stato infatti predisposto con un documento provvisorio perché i passaporti dei militari non si trovano più. Erano stati spediti al Ministero degli Interni ma al momento se ne sono perse le tracce. Così l’ambasciata italiana ha rilasciato due certificati ad hoc per permettere loro di rientrare in patria.

 

Fonte: ilmessaggero / repubblica / tgcom24

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Marò. Un Anno Dopo

15 febbraio 2013 inviato da Staff
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E’ arrivato ormai anche il primo anniversario dell’uccisione dei due pescatori indiani che ha confinato Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fucilieri in servizio antipirateria sulla petroliera Enrica Lexie in India con l’accusa di avere ucciso Valentine Jalstine e Ajesh Binki, semplici pescatori indiani.

Un Anno Tra Rinvii E Polemiche

Da quel drammatico 15 febbraio 2012, giorno in cui a largo delle coste del Kerala vengono uccisi da colpi di arma da fuoco sulla loro barca i due civili indiani, si sono susseguiti processi, accuse, rinvii e contenziosi sulla giurisdizione del caso. Il tutto mentre, fatta eccezione per un congedo natalizio, i nostri marò sono rimasti prima detenuti in carcere e poi agli arresti domiciliari nel continente indiano.

Un passo importante è stato compiuto lo scorso 18 gennaio, quando la Corte Suprema indiana ha stabilito la non giurisdizione del governo di Kerala sul caso, in quanto l’episodio sarebbe avvenuto in acque internazionali.

Il processo è stato quindi affidato a un tribunale speciale che dovrà essere costituito a Nuova Delhi, il quale dovrà stabilire quale dei due governi, indiano e italiano, ha l’effettiva giurisdizione sul caso. I due marò si trovano attualmente a New Delhi, sotto la tutela dell’ambasciata italiana, in attesa di conoscere cosa sarà del loro futuro.

Nel caso in cui dovessero essere condannati, i due militari potrebbero poter scontare la loro pena in Italia, come scritto sul Times of India, facendo riferimento a un accordo siglato tra i due stai lo scorso 16 novembre, non applicabile però in caso di condanna a morte.

Troppi Punti Oscuri Ancora da Chiarire

Un vicenda questa dei marò che ha molti lati oscuri e molte anomalie che non troveranno mai un vero e proprio chiarimento formale. Come capita spesso in questioni del genere. nell’arco di questi 12 mesi, si è giustificato ritardi, posticipazioni e mancanza di risposte tirando in ballo addirittura una serie di commesse militari che riguarderebbero 12 elicotteri AgustaWestland e 126 aerei da combattimento francesi per un valore complessivo che supererebbe di poco i 15 miliardi di euro (20 miliardi di dollari).

La vicenda dei militari si inserirebbe in questo contesto come merce di scambio. Niente di tutto questo è mai stato provato o confermato. Di certo però è stato divulgato e questo basta a far riflettere.

 

FONTE: grnet / lettera43 / lavalledeitempli / iljournal

 

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Missioni militari all’estero: Mali

23 novembre 2012 inviato da Staff
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Missioni militari all’estero: la pace in Mali diventa un obiettivo anche per i militari dell’Esercito Italiano .

“Stiamo aspettando il semaforo verde da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dovrebbe arrivare entro fine novembre o inizio dicembre. Dopodiché la forza d’intervento sarà operativa in pochi giorni ”. Sono queste parole del presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara che concretizzano in via ufficiale l’invio di 3300 soldati per un anno nel Nord del Mali in nuove missioni militari all’estero per i nostri soldati.

 

Missioni militari all’estero

Missioni militari all'esteroIl paese africano infatti sotto la guida di un governo di unità nazionale ha lanciato un grido di aiuto chiedendo l’intervento sul campo sia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cesao) che delle Nazioni Unite per affrontare l’emergenza umanitaria legata alla presenza di gruppi estremisti salafiti legato ad Al-Qaeda nella regione settentrionale del Mali, l’Azawad che perdura ormai da diversi mesi.
Dopo il primo sì arrivato da Parigi, anche l’Italia ha dato la sua adesione a queste missioni militari all’estero. Quindi mentre gli americani metteranno in atto una sorveglianza aerea delle presunte basi terroristiche in Africa, i francesi offriranno un contributo di “intelligence” all’operazione; la Germania partecipa senza l’invio di truppe ma offrendo assistenza umanitaria, logistica e finanziaria. Dall’Italia partiranno anche medici militari e diversi volontari di alcune Ong che provvederanno ad aiutare la popolazione di uno Stato dove i ribelli tuareg e i fondamentalisti jihadisti stanno seminando terrore e violenza .
“Da una parte quindi si fanno progressi nei negoziati con i gruppi armati del nord disponibili al dialogo, dall’altra si stanno attivamente preparando le operazioni militari per riconquistare il nord ”, dice don Edmond Dembele, Segretario della Conferenza Episcopale del Mali. Le missioni militari all’estero, in questo caso a Mali, dovrebbero partire già a gennaio.
Queste nuove missioni militari all’estero, che si preannunciano come un nuovo Afghanistan è stata definita dal paese Africano più vicino al Mali, l’Algeria, come un errore madornale da parte delle potenze occidentali, poiché potrebbe mettere in difficoltà anche la stessa Algeria. Proprio in questa direzione vanno le opinioni degli analisti di parte che non hanno fatto mistero della possibilità che dietro a questa missione umanitaria si nasconda la volontà di impossessarsi delle ricche miniere di oro ed uranio nel nord del paese e mettere sotto pressione il governo algerino che pur essendo un interlocutore dell’Occidente non aderisce ancora alla cintura militare creata dalla Nato intorno al Mediterraneo .

 

NO alle missioni militari all’estero: da chi arriva?

 

La contrarietà a queste missioni militari all’estero e arriva anche dall’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) che ha definito la missione europea come una misura miope poichè, senza una riforma complessiva dell’esercito e di tutto il settore della sicurezza del Mali e senza una chiara linea politica di un governo riconosciuto da tutti la missione non potrà che fallire .
A dispetto di tutta questa contrarietà, il capo di Stato Napolitano, ha invece ricordato durante il suo intervento alla cerimonia per il 94^ anniversario della vittoria nel primo conflitto mondiale l’importanza delle missioni e dell’interazione tra i paesi europei: “lo strumento militare assume un ruolo nuovo e cruciale. In un quadro di più limitate risorse finanziarie, condizione fondamentale per rendere politicamente e tecnicamente efficaci le Forze armate nelle missioni militari all’estero e per garantire ad esse capacità di eccellenza è la progressiva integrazione con gli strumenti militari degli altri Paesi membri, in una struttura organizzativa e operativa comune ”.
Anche per la missione in Mali i nostri militari saranno impegnati in questa ennesima missione di pace, in un territorio ostile e pericoloso e ancora una volta affronteranno polemiche, pericoli e critiche. Già perché esiste ancora chi crede che essere un militare sia la via più breve per guadagnare soldi e avere un posto di lavoro. Essere un militare e far parte delle missioni militari all’estero,  è una scelta di vita precisa e dalla quale non si torna indietro.

 

Missioni Militari all’estero

 

Essere un militare implica forza, coraggio e resistenza. E non solo sul campo. Forse molto più nell’intimità dei propri alloggi, lontano da casa, dalla famiglia e in costante pericolo di vita. Lì dimostrano coraggio e dedizione a un compito che si sono scelti e che portano avanti facendo onore al loro paese. È con questo spirito che i nostri soldati affronteranno anche questa difficile missione in Mali. A dispetto di tagli e spending review.

 

Fonti: La Sottile Linea Rossa, Online-news.it, Linkiesta, Gfbv.it, It.euronews.com

 

 

 

 

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Militari In Missione: La Parte Umana

16 novembre 2012 inviato da Staff
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Militari in missione: Quando si parla di militari italiani in missione all’estero non è giusto parlare di lavoro. Un lavoro è una giornata in ufficio che finisce alle 18.00, ore piene di pazienza in un negozio per cercare di accontentare consumatori pesanti, tempo di duro lavoro nel campo o guidando un camion, ecc… questo è un lavoro. Essere un militare è un dovere.

Militari in missione: quanti in Italia?

Ad oggi ci sono approssimativamente 6.000 militari italiani impegnati in missione operative all’estero, militari in missione, (4200 in Afghanistan ISAF, 1200 in Kosovo KFOR e 1089 in Libano UNIFIL). Quello che fanno tutti i giorni non è soltanto una durissima prova per loro ma anche anche per le loro famiglie che restano a casa, in attesa, e consapevoli che ogni giorno è un regalo. Così come lo è anche un sms, una telefonata, una lettera, una foto, un sorriso….un “sto bene mamma”.
Alberto Alpozzi, fotogiornalista italiano, racconta la sua esperienza nelle visite a militari in missione. “Fare migliaia di chilometri viaggiando con i nostri militari per raggiungere le varie basi nelle quali sono dislocati è già di per sé una grande esperienza umana: leghi subito con ciascuno di loro, ti vedono come un tramite tra loro e casa; la necessità di parlare e di condividere emozioni ed esperienze è sempre fortissima e tu sai quanto sia importante per loro e per i loro cari”.

Militari in missione: la parte umana

Come spiega Alpozzi, si tratta di un “tutti siamo italiani” e “tutti abbiamo fiducia nel nostro paese”. Una fiducia che condividiamo.
Più che lo scopo informativo, difensivo o militare, esiste uno scopo umano. Quello di trasmettere calore ai militari in missione e notizie che permettano un accostamento a casa, anche psicologico.

 

militari in missione

 

 

Forse è vero che tutti abbiamo un lavoro che svolgiamo principalmente perché dobbiamo guadagnare soldi per mantenere noi e le nostre famiglie ma non tutti i lavori sono uguali. La testimonianza di Alpozzi mi ha fatto riflettere e mi sono un po’ infastidita per l’immagine che di solito trasmettono i mezzi sui nostri militari in missione: persone magari fredde, violente, addestrate per uccidere….non è così. Si tratta di persone, i militari in missione,  con un senso della responsabilità e un amore alla loro patria che nessuno di noi potremmo mai capire. Altrimenti, perché mai dovrebbero rischiare la vita?

 

E le loro famiglie? Le loro famiglie sono persone rispettose, affidabili e con una scala di valori squisita perché sanno davvero quali sono le cose importanti nella vita.

Con queste parole l’unica cosa che vorrei è segnalare e sottolineare il carattere umano dei nostri militari in missione nell’estero. I minuti che non passano in attesa che, anche oggi, non accada niente di grave.
Oltre i lavori armati, i militari in missione, realizzano missioni umanitarie, ciò significa dare un’opportunità alle persone che non ce l’hanno. No possiamo, né dobbiamo dimenticare questo.

Se li, dove sono, il sole non esiste, dobbiamo portarlo noi. 

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Addestramento militare: i soldati italiani verranno addestrati nella Selva 4.00/5 (80.00%) 1 Vota questo articolo

Addestramento Militare: soldati dell’esercito italiano verranno addestrati nella selva, dal prossimo anno, per svolgere “operazioni speciali”.

Italia e Colombia si sono riuniti per parlare sulla possibilità di firmare un accordo di cooperazione strategica tra i due paesi in materia di addestramento militare. In questo modo, il ministro della guerra colombiano, Juan Carlos Pinzòn, ha annunciato che dal 2013 i militari italiani verranno addestrati nella selva per aumentare le proprie capacità di risposta, migliorare l’addestramento militare, e fare fronte, più efficientemente, a “operazioni speciali”.
La riunioni, realizzata a Roma recentemente, aveva l’obiettivo di parlare non solo sullo “sviluppo” delle relazioni tra le due forze armate ma anche sulla collaborazione industriale tra i due paesi.

 

Addestramento Militare

Il ministro di difesa, Giampaolo Di Paola, considera molto positivo il fatto che i militari vengano addestrati in ambienti operativi diversi. Inoltre, ha informato che possibilmente arriveranno militari e altri membri della sicurezza colombiana per essere addestrati in Italia, presso la Scuola dello Stato Maggiore della Difesa.

Addestramento militare: Ma Selva? Quale Selva?

addestramento militareOvviamente ci sono alcuni dubbi importanti da risolvere su questi accordi in quanto l’Italia non ha selva. Resta vedere quindi dove i militari italiani possano usare le nuove tecniche di addestramento militare.

La notizie arriva in un momento quanto meno inquietante per le Forze Armate per una questione di tagli, risparmi e Spending Review. Il Ministro Di Paola, dopo la riunione, ha mostrato la sua volontà di fare crescere i vincoli delle istituzioni italiane, in temi di addestramento militare, con il regime narco-terrorista dal guerrafondaio Santos e ha sottolineato le strategie del governo e dello stato italiani, ovvero più militarizzazione, maggior collaborazione con la NATO e maggior preparazione delle Forze Armate per intervenire in diversi scenari e teatri operativi.
Pinzòn, invece ha dichiarato la sua intenzione di creare un’amnistia generalizzata per i crimini di lesa umanità perpetrati senza soluzione di continuità dalle Forze Armate. In questo senso, afferma di voler trasmettere le conoscenze della forza pubblica colombiana, in addestramento militare, a paesi come l’Italia.
Ma di quali conoscenze stiamo parlando? Sarà forse di conoscenze riguardo la tortura  che viene praticata ancora ad oggi nelle carceri colombiane, corruzione ed esecuzioni extragiudiziarie. Staremo a vedere cosa fa il nostro Governo….

 

Fonte: Terrelibere.org

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