Archivi per la categoria 'Missioni Militari all’estero'

La Siria Diverrà Una Questione Italiana?

5 settembre 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
La Siria Diverrà Una Questione Italiana? 4.64/5 (92.73%) 11 Vota questo articolos

 

Le prossime ore saranno senza dubbio decisive rispetto al conflitto interno alla Siria che ha mandato al creatore qualcosa come 90 mila vittime negli ultimi due anni. Il mondo intero sta decidendo come e se agire per porre fine al massacro di civile e ristabilire la pace. O almeno questo dovrebbe essere l’intento.

 

Tutto ebbe inizio due anni fa con la popolazione siriana scesa in piazza per reclamare la fine della dittatura. Da allora si è arrivati all’embargo passando per migliaia di morti, fino all’indignazione mondiale per il presunto uso di armi chimiche.

 

Sira. La prossima destinazione del nostro esercito?

Sira. La prossima destinazione del nostro esercito?

L’Italia in questo contesto pare avere le idee chiarissime circa un eventuale coinvolgimento dell’esercito in una missione internazionale in Medio Oriente. Il ministro Bonino ha fermamente bocciato un’azione militare che non sia sotto l’egida delle Nazioni Unite, dunque senza una precisa delibera del consiglio di sicurezza dell’ONU.

 

A calcare ulteriormente la mano, neanche a dirlo, il Vaticano: “il conflitto in Siria contiene tutti gli ingredienti per esplodere in una guerra di dimensioni mondiali. L’alternativa non può essere che quella della ragionevolezza, delle iniziative basate sul dialogo e sul negoziato (…) Occorre imboccare senza indugio la via dell’incontro e del dialogo, che sono possibili sulla base del rispetto reciproco, dell’amore” come dichiarato da Mario Toso, del dicastero vaticano Giustizia e Pace.

 

 

La Siria è Già Da Tempo Una Questione Italiana

 

Questa ventata di pace del Governo Letta stride non poco con le condotte e gli interessi degli ultimi anni delle nostre istituzioni che dall’inizio di questo conflitto hanno venduto partite di armi leggere, più facili da piazzare e smerciare ma anche “le più pericolose tra le armi di distruzione di massa” come le ha definite Kofi Annan. Il tutto per un giro di denaro che dal 2009 ha fruttato qualcosa come 230 milioni di euro.

 

Appena l’ombra dello scandalo ha fatto capolino, la Finmeccanica si è affrettata a precisare che la commissione delle armi era antecedente allo scoppio delle violenze e anche dell’embargo. Affermazione che mirava semplicemente a non essere considerati responsabili dell’uso militare che Damasco ha fa e tuttora fa di quelle armi.

Tutte queste informazioni e molte altre di portata ben più ampia dell’Italia derivano a più livelli dalla vicenda Wikileaks, dunque da una fonte attendibile.

 

Ora alla luce di tutto questo, se si ripensa alla forte presa di posizione del governo Italia e alla quasi indignazione per la proposta di attacco americano senza l’egida delle nazioni unite, non viene un po’ da sorridere? E il sorriso non diventa un po’ amaro se si pensa che il mondo ha deciso di mobilitarsi dopo quasi centomila morti e solo però pare siano state usate armi chimiche? I morti sotto i bombardamenti o per mano di coltelli o armi leggere non meritavano attenzione? I morti di guerra sono morti di guerra e non fa differenza il modo.

 

Il pensiero che i nostri militari vengano coinvolti in un altro Kosovo non credo esalti nessuno. Stiamo faticando a uscire dal pantano dell’Afghanistan, non riusciamo a far tornare a casa due marò, siamo pieni di problemi interni con la recessione e la disoccupazione che galoppano…forse mandare i nostri militari a morire in Siria non sarebbe la scelta più oculata. Neanche sotto l’egida dell’Onu.

 

Fonte: ilfattoquotidiano / repubblica / gadlerner

Share and Enjoy

Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa?

18 luglio 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa? 3.17/5 (63.33%) 6 Vota questo articolos

 

Fa certamente meno clamore adesso di qualche anno fa. Per questo se ne parla poco, non fa più notizia. Ma in Afghanistan i nostri militari continuano a operare. E anche a rimanere feriti. Le morti invece, quelle sì, rimangono la notizia di quel solo disgraziato giorno.  Come quella del capitano Giuseppe La Rosa, ucciso a Farah in Afghanistan poche settimane fa.

 

Proprio sulla morte del capitano, durante un’interrogazione alla camera il ministro Mario Mauro ha sottolineato come  non sia possibile “azzerare completamente i rischi per i nostri militari, nonostante la validità delle procedure operative seguite e degli equipaggiamenti utilizzati“… Come a dire sono rischi imprevedibili del mestiere di soldato nelle sue missioni internazionali.

 

militari-italiani-afghanistan

 

E ancora in seguito ad una esplosione pochi giorni fa, mentre era di pattuglia ad alcuni chilometri da Bala Boluk,  alle 14.15 locali (le 11.45 italiane) lungo la strada n.517, nella provincia di Farah, un militare italiano è rimasto lievemente ferito al volto.

 

Dall’inizio di questo 2013 le vittime in Afghanistan sono cresciute del 24%, e un terzo dei caduti è stato ucciso per mano di forze anti-governative. L’unico dato positivo in questo massacro è che secondo fonti ufficiale delle Nazioni Unite, i talebani hanno aperto le porte a un dialogo con l’amministrazione in carica.

 

Sarà forse anche sull’onda di questa dichiarazione di intenti che il neo governo Letta, sebbene abbia sottolineato la progressiva risoluzione dell’organico italiano, che oggi tocca le 3100 unità con un ulteriore flessione dei prossimi mesi, ha anche confermato la volontà di proseguire la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, concludendola secondo i tempi stabiliti nel 2014.

Quello che secondo il ministro degli esteri frena un ritiro anticipato delle nostre truppe dal territorio afghano verte su due binari imprescindibili: ”in primo luogo la necessità di non mettere a rischio la sicurezza dello stesso contingente, in una fase particolarmente delicata quale è sempre quella del ripiegamento, procedendo con il ritiro accelerato delle componenti operative. In secondo luogo l’indisponibilità sia di sufficienti vie di comunicazione nella regione, sia di vettori aerei, navali, terrestri per la concomitante richiesta di tutti i Paesi della coalizione internazionale”.

 

Questo significa principalmente che il passaggio di consegna tra le il contingente internazionali e le forze governative non è ancora concluso e fino alla fine di questo processo di transizione l’Italia non abbandonerà il paese.

Non solo. Ma anche dopo il 2014 è intenzione del governo italiano proseguire con l’impegno in Afghanistan in termini di assistenza e addestramento alle forze afghane con la nuova missione che si chiamerà Resolute Support.

 

Ora se questa sia una bella o una brutta notizia lo lasciamo decidere a voi lettori. Il pensiero che questa missione di guerra travestita di pace abbia una fine ancora incerta, turba i sonni di molti italiani. Sia qui che lì. Sia per coloro che la vedono come un lavoro, pericoloso, senza certezza, ma pur sempre un lavoro. Sia per coloro che la vivono come un inutile impiccio internazionale dal quale non usciremo mai.

 

 

Fonte: repubblica / ilmessaggero / nocensura /articolotre

 

 

Share and Enjoy

Nassirya. Una Strage Dal Colore Dell’Oro

6 maggio 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

Vanno risarcite le famiglie delle vittime della strage di Nassiriya. Questo l’imperativo con il quale la cassazione ha ribaltato al sentenza della corte militare d’appello di Roma che di fatto aveva assolto, perché il fatto non sussiste, il colonnello dei carabinieri Geogie Di Pauli, accusato di non aver preso le adeguate misure di sicurezza nella base militare dove il 12 novembre del 2003 vennero uccisi 19 italiani, di cui 12 militari dell’Arma, 5 dell’Esercito e 2 civili.

 

Nel documento si legge infatti che l’aver scelto di posizionare la riservetta delle munizioni all’interno della base Maestrale può aver aggravato l’esplosione. “Con la nostra battaglia, che è durata 10 anni, siamo riusciti anche a far togliere il segreto militare dai documenti. Dedico questa vittoria  alle famiglie delle vittime” commenta Francesca Conte, legale della maggior parte delle famiglie dei militari.

 

nassirya

 

10 Anni Di Processi

 

Per riassumere i fatti giudiziari, ricordiamo che le inchieste aperte su questa tragedia sono state due: la prima avviata dalle autorità militari per cercare di capire se fosse  stato fatto tutto il possibile per prevenire gli attacchi suicidi e l’altra aperta invece dalla procura di Roma per l’individuazione degli autori di questo martirio.

 

L’avvocato non manca di invocare un parallelismo che in molti hanno fatto: questa sentenza della cassazione infatti arriva poco dopo quella di Ustica, altro caso intrigato e oscuro della storia militare italiana. È un po’ come se lo stato avessevoluto, in un attimo di coscienza razionale,  rendere onore alle sue vittime, seppure dopo averle metaforicamente martoriate in attesa di una sentenza giusta.

 

Non si può non ricordare infatti che ai militari morti e feriti nell’attentato di del maledetto 12 novembre sono state intitolate vie, piazze e monumenti in tutta la penisola e sono stati anche insigniti della croce d’onore che i familiari delle vittime definirono “insufficiente e artificiosa”. Nessuna medaglia d’oro al valore però per nessuno di loro e questa scelta fu oggetto di polemica per lunghi mesi dopo l’accaduto.

 

Le famiglie delle vittime, parti civili in questo processo, erano già tali dei precedenti procedimenti giudiziari, conclusi a carico di due generali dell’Esercito, Vincenzo Lops e Bruno Stano. Entrambi furono assoluti ma la cassazione anche in quell’occasione dispose un processo civile attualmente ancora in corso per i risarcimenti ai parenti delle vittime a carico del Ministero della Difesa.

 

Risarcimenti. La Polemica Dilaga

 

Seppure non può essere bello affrontare una tragedia in termini economici, anche l’aspetto materiale in questa triste vicenda ha giocato un ruolo non di secondo piano.

 

Ai familiari delle vittime è stato riconosciuto un vitalizio mensile, in parte esentasse, che varia da 1700 euro a 4500. Ma alcune delle famiglie e dei sopravvissuti non si sono accontentati e hanno tentato, in qualche caso con esito positivo, di spremere le casse dello stato per quanto più si poteva. A denunciare questo è proprio uno di loro, uno dei sopravvissuti a quel maledetto 12 novembre:ho ricevuto una somma una tantum di 85.960 euro e il vitalizio. Altri, senza un graffio, hanno ottenuto il triplo con lo stress post traumatico e chiedono ancora soldi. Qualcuno ci marcia”. A parlare senza mezzi termini è il luogotenente in congedo Vittorio De Rasis.

Ed ecco che allora in questa ottica, la sentenza della cassazione che apre una nuova strada agli indennizzi, acquista tutta un’altra luce. Quella brillante dei soldi.

 

 

Fonte: ilgiornale / unita / rai / diritto24.ilsole24ore / gqitalia /santagatando

Share and Enjoy

Marò. Una Vergogna Difficile Da Cancellare

29 marzo 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Marò. Una Vergogna Difficile Da Cancellare 5.00/5 (100.00%) 3 Vota questo articolos

E’ stata una scelta di governo collegiale, dolorosa e sofferta, ma il quel momento necessaria e di solidarietà. Forse non l’avete condivisa e voglio dire qui, a Massimiliano e a Salvatore, che mi scuso per non essere stato capace di farli stare qui in questa piazza. (…)

La loro è stata obbedienza non a un ordine, ma alla scelta del governo e alla parola data. Hanno rispettato le istituzione e la divisa”.

 

Lacrime di coccodrillo quelle del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, durante la cerimonia per il 90esimo anniversario dell’aeronautica militare che si è svolta a Napoli. Lacrime insipide che arrivano dopo le dimissioni del Ministro Terzi e dopo l’annuncio della manifestazione organizzata da Casapound per il prossimo 2 aprile a Roma  proprio in piazza Montecitorio.

 

Una manifestazione accompagnata dalla proposta provocatoria di dichiarare guerra all’india che ha “rapito” due soldati italiani in acque internazionali e una serie di richieste  forti come e dimissioni da senatore a vita di Mario Monti, il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali e l’interruzione di qualsiasi attività diplomatica tra India e Italia, con la chiusura delle relative ambasciate.

 

Un’acidità quella espressa da Casapoud che accomuna ormai molti non sono in ambito militare ma anche e soprattutto in ambito civile. Perché ormai i nostri marò sono figli, padri, mariti di ogni italiano e come tali tutti ci sentiamo coinvolti nella loro tragica vicenda mossi dall’orgoglio sopito di un’Italia che un tempo era rispettata a livello internazionale.

 

Oggi invece i nostri capricci interni suscitano ilarità anche in India, dove  Kirti Azad, parlamentare del Bharatiya Janata Party senza troppi convenevoli ha rilasciato un’intervista definendo la vicenda dei marò uno strumento per fini elettorali e il loro ritorno a New Delhi una vittoria chiara dell’India.

 

In tutta questa incresciosa vicenda gli unici che si sono dimostrati fin da subito seri sono proprio i nostri militari che nonostante si stia giocando con le loro vite, hanno avuto la dignità di inviare un messaggio, reso pubblico dalla voce di Toni Capuozzo che lascia solo spazio a un esame di coscienza: “Non ci serve ora sapere di chi sia stata la colpa perché non ci porta a nulla. Quel che vi chiediamo ora non è divisione, ma unite le forze e risolvete questa vicenda (…) Come dicono i fucilieri tutti insieme, nessuno indietro. Siamo italiani dimostriamolo.”

 

E proprio da oltreoceano arriva la notizia della nomina del presidente del Tribunale speciale chiamato a decidere il destino dei nostri connazionali, si tratta di Amit Bansal. Proprio sul fronte procedurale arriva l’ennesima umiliazione per l’Italia: non è infatti applicabile la pena di morte o l’ergastolo, ma una condanna massima a 7 anni. Quindi il teatrino delle nostre istituzioni che ci hanno venduto la garanzia della non condanna a morte dei nostri marò come una conquista del governo italiano a fronte della quale era giusto rispettare gli accordi con l’India era una messa in scena. L’ennesima, si spera l’ultima. E speriamo che non sia una speranza vana.

 

Fonti: cronacaeattaualita / tgcom24 / leggo / quotidiano.net / ilgiornale / nuovavicenza

Share and Enjoy

Uranio Assassino.Ciao Erasmo

22 febbraio 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Uranio Assassino.Ciao Erasmo 5.00/5 (100.00%) 1 Vota questo articolo

Mi hanno usato e abbandonato ma ce la farò perché mi voglio sposare anche se so che è una malattia di cui si muore”. E invece no. Non ce l’a fatta il caporale Erasmo Savino, 31 anni, caporal maggiore dell’esercito italiano in Kosovo con 15anni di servizio alle spalle.

La notizia della sua scomparsa è stata data dall’Associazione Vittime Uranio e l’Anavafaf che assiste i familiari delle vittime arruolate nelle forze armate.

 

Nessuna Presenza Dello Stato

 

Se n’è andato alle 8.15 senza alcun  riconoscimento come vittima del dovere, senza uno straccio di liquidazione, ma di certo con la consapevolezza di avere iniziato un lungo percorso verso la verità. Nessun rappresentante dello stato ai suoi funerali. Potrebbe sembrare una vigliacca ammissione di colpa dettata dalla coscienza. Oppure assoluto menefreghismo.

Si è spento in silenzio, ma l’eco della sua storia non si affievolirà, perché dopo di lui e grazie al suo coraggio molti altri militari hanno denunciato i vaccini della morte, lo scandalo vergognoso dell’uranio impoverito che ha ucciso decine di militari e ne ha fatti ammalare molti di più.

Andò in Kosovo a fare buche in una terra intrisa di uranio impoverito. Prima di partire su sottoposto a una serie di vaccini che azzerarono le sue difese immunitarie. Decine di carte, certificati documenti scientifici provano la connessione tra il suo tumore mortale e l’uranio e i vaccini. Le stesse carte che proprio Erasmo lo scorso ottobre aveva sbattuto in faccia alla commissione parlamentare d’inchiesta durante la sua deposizione.

Era il marzo 2012 quando Savino iniziò la sua avventura di denuncia dallo studio del suo avvocato Giorgio Carta, il primo di una lunga serie di militari che si sarebbero fatti coraggio e seguendo il suo esempio avrebbero denunciato questa vicenda ancora oscura e niente affatto chiusa. Dopo tre legislature e altrettante commissioni d’inchiesta, le istituzioni non sono ancora in grado di dare indicazioni precise su alcunché, né sui numeri ufficiali delle persone coinvolte né sulle cause.

Le parole con cui il suo avvocato lo ricorda danno l’idea della forza da combattente che al di là della divisa faceva parte della vita di Erasmo: “lo Stato Italiano lo aveva oltraggiato più volte: prima imponendogli vaccinazioni di dubbia utilità; poi mandandolo in missione all’estero con protezioni quanto meno approssimative; infine, scambiando il suo melanoma sul piede per un callo. (…) Incredibilmente, per sette anni i medici militari gli avevano curato un tumore con una pomata per calli, fino a quando, nel 2010, allorché era troppo tardi, era stata diagnosticata una metastasi oramai diffusa in tutto il corpo. Nonostante ciò, non ho ma sentito Erasmo maledire qualcuno, né medici militari, né superiori.  (…) La sua vita sfortunata è finita. La battaglia perché sia fatta luce sulle cause della sua morte no”.

 

La Strada é Lunga. Ma L’uranio Non Vincerà

 

La strada iniziata da Erasmo è ancora lunga. Ma di Erasmo, purtroppo ce ne sono molti e l’avvocato Carta non intende affatto rinunciare ad arrivare in fondo, a raggiungere la verità e rendere onore e merito a tutti coloro che in nome e per conto dell’esercito italiano sono caduti nell’espletamento del loro servizi professionali e con il tricolore cucito sul cuore.

Chiudiamo questo articolo, senza polemica, ma lasciando ampio spazio alla riflessione, ricordando quanto recita la nostra costituzione all’art. 32: “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

 

 

Fonte: repubblica /  grnet / metropolisweb / mednat

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

Bilancio difesa 2013. Nel 2013 è entrato in vigore il Decreto Legge 227/2012 di “Proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione”, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n.301 del 28 dicembre scorso.

L’obiettivo principale di questo decreto, di bilancio difesa 2013,  è aumentare le risorse economiche per continuare con le missioni dei nostri soldati nell’estero. Infatti, tutte le missioni internazionali delle Forze Armate italiane avranno i fondi necessari per proseguire con le attività fino al 30 settembre del 2013.

 

Bilancio difesa 2013: Cifre, spese e oneri per le missioni internazionali

 

Il totale della spesa prevista per le operazioni internazionali dell’esercito italiano è di 935 milioni di euro circa. In questo modo, esiste una disparità tra questi oneri e la cifra iscritta a bilancio del Ministero dell’Economia e delle Finanze (pari a 1.004,1 milioni di euro) a copertura di tutto il 2013 che non viene impegnata completamente. Ma, in ogni caso i poco meno di 70 milioni rimanenti non basteranno per i 3 mesi finali dell’anno.

Forse sarà necessario affrontare un nuovo rifinanziamento nei prossimi mesi.

 

bilancio difesa 2013

Foto: Enclavi serbe di Zac, Osojane e Opraske - © 2012 Foto Alberto Alpozzi

Fondi disponibili Bilancio difesa 2013: principali obiettivi di spesa

 

Bilancio difesa 2013: I fondi previsti per le missioni militari all’estero sono divisi in due principali categorie:

-          Capo I: Missioni internazionali delle Forze armate e di polizia (846 milioni di euro)

-          Capo II:  Iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione

ISAFAfghanistan: Nel 2013, la missione internazionale che riceverà un maggior finanziamento sarà l’operazione ISAF in Afghanistan, con un totale di 440 milioni di euro circa, tra impegno diretto e altre attività connesse alla missione.

UNIFIL – Libano: Le operazioni dei soldati militari nel Libano riceveranno quest’anno 118,8 milioni di euro

KOSOVO: l’impegno in Kosovo degli appartenenti all’esercito italiano riceveranno la cifra di 52,5 milioni circa.

Per quel che riguarda ad altri missioni, in teatri internazionali, delle forze armate italiane, il bilancio difesa 2013 pubblica che saranno destinati circa 40 milioni alle missioni anti-pirateria nella UE e NATO. Inoltre, sono stati assegnati 14,2 milioni di euro per la missione Active Endeavour nel Mediterraneo, anch’essa svolta in ambito NATO.

A questo punto bisognerebbe sottolineare anche i 7,5 milioni destinati all’impiego di personale con funzioni di assistenza e supporto in Libia e altri 6,9 milioni per le missioni dell’Unione Europea in Somalia (EUTM Somalia) e nell’area del Corno d’Africa (EUCAP Nestor).

 

 

Fonte: Analisidifesa.it

Foto: Alberto Alpozzi

 

 

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

A. Alpozzi RTC Herat, Afghanistan -dic.2011-

 

Alberto Alpozzi, di Torino,  è fotografo professionista da più di 10 anni, specializzato in fotogiornalismo. Un anno fa, a dicembre 2011, ha deciso d’iniziare un nuovo percorso professionale come reporter di guerra. Nello specifico, nei tre teatri operativi in conflitto in cui sono impegnati militari dell’Esercito Italiano. L’anno scorso, a Natale, era a Herat in Afghanistan come fotografo embedded per documentare la missione Isaf nel distretto Rc-West. Ma non solo. L’estate scorso è stato in Kosovo per documentare il lavoro di peacekeeping tra serbi e albanesi. E successivamente, è stato nel Libano dove soldati italiani realizzano una missione di ricostruzione in seno alla Unifil.

Non era la prima volta che Alpozzi collaborava con l’Esercito Italiano per questioni di formazione o documentazione grafica di determinati eventi. Nel 2010 ha fatto parte della troupe tedesca della Bilderfest, unico italiano, per la realizzazione del documentario “Ustica – Tragedia nei cieli” andato in onda sul LA7 e History Channel per i 30 anni della strage di Ustica.

Alpozzi ha iniziato questo nuovo percorso per capire in prima persona cosa significa essere lontano da casa, soprattutto in momenti importanti e familiari come il Natale. Assicura che il suo lavoro gli piace davvero tanto, e uno dei motivi è proprio documentare il compito che i nostri militari realizzano all’estero e che, molto spesso, non è conosciuto da parte degli italiani. Forse per il modo in cui i media raccontano le notizie. Infatti, sono pochi gli italiani che sono consapevoli davvero di come trascorre la giornata un soldato italiano in missione all’estero.

L’obiettivo principale di Alberto Alpozzi è dunque mostrare al mondo quella parte del lavoro all’estero dei nostri soldati che nessuno ci ha mai spiegato. Non si tratta di portare la guerra a casa delle persone, “per fortuna non tutti vivono la guerra. La guerra è brutta”. Ma secondo Alpozzi, “tutti dovrebbero sapere quali sono le condizioni in cui lavorano e vivono i ragazzi impegnati in missioni internazionali. I nostri soldati”.

Il giovane fotoreporter sottolinea il fatto che spesso viene dimenticato che i militari, non sono solo soldati, ma sono italiani e sono persone: padri, figli, mariti, fidanzati, … In questo senso, aggiunge che “i soldati sono il nostro specchio davanti al mondo. Nei paesi dove sono in missione, l’immagine che i cittadini del posto hanno di noi italiani è quella che loro, i nostri soldati, trasmettono. Sono i nostri migliori ambasciatori. Dimenticare questo è un errore”.

 

In un momento di tagli, crisi economica e risparmi, la considerazione che gli italiani in generale hanno sulle forze armate è, almeno, dubitosa. Molti magari pensano che non sono una priorità oppure che gli investimenti in armamenti non sono necessari. Riguardo a questa questione, Alpozzi sostiene che la considerazione che gli italiani hanno dell’Esercito e delle Forze Armate varia da persona a persona. Questo è dovuto al fatto che “in Italia ci sono molte ideologie diverse che arrivano anche dalla seconda guerra mondiale o dai partigiani – afferma Alpozzi- l’Italia vive ancora di queste ideologie che ovviamente influiscono l’opinione su certe istituzioni che abbiamo adesso. A seconda con chi parli l’opinione sull’esercito è una, oppure un’altra molto diversa”.

In questo senso, egli considera che il nostro è un paese che tende a disunire in generale. “Non abbiamo mai lavorato per dare un’immagine di unione a livello internazionale, di fortezza o di essere un paese consolidato in quanto ai valori” e purtroppo, aggiunge, questo non offre una buon’immagine di noi. All’estero, afferma, nelle missioni di pace in cui sono impegnati i nostri ragazzi, ho trovato quello spirito di unione che, secondo me, manca in Italia. In ogni caso, lamenta, il supporto al lavoro dei militari italiani impegnati all’estero dovrebbe essere una priorità indipendentemente da dove si trovano: se nel Libano o in Kosovo, oppure in Afghanistan. “A me non interessa dove sono. Questa non è una loro scelta e non lo è neanche mia. A me interessa il lavoro che fanno, come lo fanno e in quali condizioni. Questo voglio catturare con la mia macchina fotografica e mostrarlo al mondo”.

 

Missioni militari all’estero

 

Alpozzi non rivela la propria opinione riguardo la partecipazione dell’esercito italiano in missioni all’estero e reitera quello che per lui è una priorità. “Considero che i cittadini possono manifestarsi PRO o CONTRO l’intervento all’estero o le missioni all’estero, ma la morale e la dignità dei nostri soldati va rispettata”. In questo modo, i soldati italiani hanno deciso di fare parte dell’esercito italiano indipendentemente dalla decisione di intervenire in territorio straniero oppure no. Stanno facendo il loro lavoro e come lavoratori, vanno rispettati. “Come dicevo prima sono i nostri migliori ambasciatori, loro sono il nostro specchio e io ne vado fiero”.

A questo punto bisognerebbe forse ricordare che l’Italia fa parte di trattati e di organizzazioni internazionali come la NATO o l’ONU e, per tanto, “non possiamo restare fuori a guardare quando ci fa comodo”.

Il giovane fotoreporter spiega che questa è soltanto la sua opinione. “Non parlo con assolutismi, ma parlo di quello che ho visto e che ho vissuto io personalmente. Ho visto molte immagini, non mi hanno raccontato niente e io, parlo su quello che ho visto. Niente di più”.

 

Come vivono i soldati impegnati in missioni all’estero

 

Alpozzi ci racconta che i soldati stanno bene. E’ stata una loro scelta e come tale la vivono e la vedono. Per loro non è un obbligo né niente di pesante. Inoltre, si tratta di personale volontario e molto preparato per questo tipo di missioni. Sanno bene quello che fanno e conoscono i rischi che devono vivere.

Ad esempio, una giornata tipo dei ragazzi potrebbe essere la colazione in mensa, seguita da un briefing per illustrare le operazioni della giornata. Poi si parte, con i mezzi giusti, verso il punto determinato dove si svolgono le missioni. Lo stesso si ripete al pomeriggio, e anche alla notte, “perché il lavoro dei nostri militari non conosce soste, nemmeno il sabato e la domenica”.

La parte peggiore è forse per i loro familiari. Per le persone che gli vogliono bene e che rimangono a casa, in attesa, senza tante notizie come vorrebbero. Per le mamme, le fidanzate, i fratelli, le mogli….per quelli che guardano il calendario tutti i giorni e mettono una croce e che riservano un appuntamento ogni 4 ore con il telegiornale. “La distanza fa male a tutti, dice Alpozzi, e il dolore per la distanza aumenta considerando che questi ragazzi rischiano tutti i giorni la propria vita”.

E a questo punto diventa molto importante il lavoro svolto da Alberto Alpozzi. Tramite le sue immagini, molti familiari di soldati in missione all’estero riescono a capire dove si trovano esattamente i loro cari, qual è il lavoro che stanno facendo e come si trovano. “Questa è sicuramente la parte più bella del mio lavoro”.

Alpozzi riconosce che come tutti, lavora perché ha bisogno di soldi ed è impossibile negare questo. Bisogna pagare un mutuo, le bollette, bisogna mangiare, ecc…. Allo stesso tempo però dichiara di essere consapevole del fatto che il suo lavoro, a livello remunerativo, è messo abbastanza male. Invece, si sente soddisfatto e ripagato.  “ Vedere come è importante una singola immagine per una fidanzata, per una madre, per una moglie….alcune volte mi ringraziano per averli permesso di guardare le stesse immagini , lo stesso cielo, lo stesso orizzonte che vedono i suoi figli, fidanzati o mariti in missione”. E questo, afferma, non ha prezzo.

A. Alpozzi. Shindand, Afghanistan - dic.2011-

Del suo lavoro, Alpozzi sottolinea la possibilità di mettere in comunicazione persone che si vogliono tanto bene e si trovano a migliaia di kilometri di distanza. “Questo per me è molto importante. Do la possibilità ai familiari che sono qui di vedere come i loro figli lavorano, sorridono, sono felici e, in definitiva, fanno quello che vogliono fare”.

Attualmente, Alpozzi si trova di nuovo in Afghanistan, è partito qualche giorno fa per una nuova missione e un nuovo progetto: documentare alcune attività che finora non ha mai visto in un teatro molto impegnativo. Ha tutto il supporto e la protezione del Ministero della Difesa per poter realizzare questo nuovo reportage ma, alla domanda: “hai paura”, risponde che non ci pensa mai. “Si. Chi non avrebbe paura? Perché dire di no?”.

Una mostra, anche questa, della parte più umana delle missioni all’estero. Ha paura Alpozzi come ce l’hanno i soldati che svolgono il loro lavoro e come ce l’avrei anch’io.

“La guerra ti cambia la vita”, afferma Alpozzi, il quale ha visto immagini che riescono a modificare la propria visione del mondo. “La quotidianità sembra molto diversa tutte le volte che rientro da una missione”.

Sono molti innocenti a pagare il prezzo più elevato, ricorda Alpozzi, “a nessuno piace la guerra ma continuammo a farla e per chè?

Perché ci sono molti interessi in gioco: dal petrolio, ai soldi o alla droga.

L’ultimo messaggio di Alpozzi è sicuramente un invito alla riflessione su quanto siamo fortunati, come paese e come generazione. “Abbiamo servizi e prestazioni che diamo per scontate ma che, invece, in altri paesi non sognano neanche che possano esistere”. Parliamo di acqua, luce, servizi igienici,….per noi è normale.

Forse ha ragione Alpozzi e bisognerebbe, da parte di tutti, guardare (e non solo vedere) quello che abbiamo invece di continuare sempre a lamentarci di quello che ci manca.  Te cosa ne pensi?

 

Jèssica Parra

 

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

Missioni Militari all’Estero: Mi infastidisce fortemente scoprire come i cittadini non siamo sempre informati su cosa stanno facendo i nostri soldati nelle missioni militari all’estero. Delle volte, motivi politici oppure interessi economici, impediscono ai nostri rappresentanti di dire la verità e questo non va bene, soprattutto perché dovrebbe essere un diritto per i familiari dei soldati in missioni militari all’estero, conoscere esattamente il tipo di operazioni che si stanno realizzando.

Missioni Militari all’Estero: Libia

 

missioni militari all'estero

Militari Italiani in Libia - lettera43

Il capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare, generale Giuseppe Bernardis, ha rivelato recentemente che i bombardamenti dei jet italiani sulla Libia, in missioni militari all’estero,  sono stati tenuti nascosti per motivi politici, nello specifico, il militare considera che i motivi sono la critica situazione politica che attraversava e attraversa ancora l’Italia.

La Guerra in Libia, della A alla Z.Missioni Militari all’estero.

Le missioni militari all’estero, nello specifico quella in Libia è durata sette mesi, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, e durante questo tempo, secondo il generale Bernardis,”è stata fatta un’attività intensissima che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume, sulle missioni militari all’estero, in Libia, esce solo adesso, un anno dopo”.

Missioni militari all’Estero: cosa scopriamo oggi?

Sulla guerra in Libia, più di un anno dopo scopriamo che nessuno ha detto la verità. Infatti, oggi sappiamo che gli aerei dell’Aeronautica Italiana hanno realizzato, in sette mesi, quasi 2.000 sorite, per un totale di 7.300 ore di volo.

Missioni Militari all’Estero: Ci sono state circa 456 missioni di bombardamento reale autorizzate dal governo di Silvio Berlusconi, la prima il 28 aprile, nell’area di Misurata.
Questi bombardamenti sono solo quelli di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di ”neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli ”attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore. Il capo di stato maggiore ha sottolineato ”con orgoglio” il contributo ”di primordine” fornito dall’Aeronautica, che nelle missioni Odyssey Dawn e Unified Protector ha schierato nella base di Trapani cacciabombardieri F16, Eurofighter, Tornado e Amx, oltre ad altri velivoli, impiegandone fino a 12 nella stessa giornata. Un apporto fondamentale per la buona riuscita delle operazioni a guida Nato e che e’ stato fornito ”senza incorrere in alcun incidente e senza causare danni collaterali”.
Bernardis riconosce nel libro il suo dispiacere per “ non aver potuto, operazione durante, fornire all’opinione pubblica un resoconto puntuale, delle missioni militari all’estero e del nostro operato, per evitare ogni possibile strumentalizzazione. Questo volume colma in parte quel vuoto”.
Fonti: Ansa / Analisi Difesa

 

 

Share and Enjoy

Missioni militari all’estero: Mali

23 novembre 2012 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

Missioni militari all’estero: la pace in Mali diventa un obiettivo anche per i militari dell’Esercito Italiano .

“Stiamo aspettando il semaforo verde da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dovrebbe arrivare entro fine novembre o inizio dicembre. Dopodiché la forza d’intervento sarà operativa in pochi giorni ”. Sono queste parole del presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara che concretizzano in via ufficiale l’invio di 3300 soldati per un anno nel Nord del Mali in nuove missioni militari all’estero per i nostri soldati.

 

Missioni militari all’estero

Missioni militari all'esteroIl paese africano infatti sotto la guida di un governo di unità nazionale ha lanciato un grido di aiuto chiedendo l’intervento sul campo sia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cesao) che delle Nazioni Unite per affrontare l’emergenza umanitaria legata alla presenza di gruppi estremisti salafiti legato ad Al-Qaeda nella regione settentrionale del Mali, l’Azawad che perdura ormai da diversi mesi.
Dopo il primo sì arrivato da Parigi, anche l’Italia ha dato la sua adesione a queste missioni militari all’estero. Quindi mentre gli americani metteranno in atto una sorveglianza aerea delle presunte basi terroristiche in Africa, i francesi offriranno un contributo di “intelligence” all’operazione; la Germania partecipa senza l’invio di truppe ma offrendo assistenza umanitaria, logistica e finanziaria. Dall’Italia partiranno anche medici militari e diversi volontari di alcune Ong che provvederanno ad aiutare la popolazione di uno Stato dove i ribelli tuareg e i fondamentalisti jihadisti stanno seminando terrore e violenza .
“Da una parte quindi si fanno progressi nei negoziati con i gruppi armati del nord disponibili al dialogo, dall’altra si stanno attivamente preparando le operazioni militari per riconquistare il nord ”, dice don Edmond Dembele, Segretario della Conferenza Episcopale del Mali. Le missioni militari all’estero, in questo caso a Mali, dovrebbero partire già a gennaio.
Queste nuove missioni militari all’estero, che si preannunciano come un nuovo Afghanistan è stata definita dal paese Africano più vicino al Mali, l’Algeria, come un errore madornale da parte delle potenze occidentali, poiché potrebbe mettere in difficoltà anche la stessa Algeria. Proprio in questa direzione vanno le opinioni degli analisti di parte che non hanno fatto mistero della possibilità che dietro a questa missione umanitaria si nasconda la volontà di impossessarsi delle ricche miniere di oro ed uranio nel nord del paese e mettere sotto pressione il governo algerino che pur essendo un interlocutore dell’Occidente non aderisce ancora alla cintura militare creata dalla Nato intorno al Mediterraneo .

 

NO alle missioni militari all’estero: da chi arriva?

 

La contrarietà a queste missioni militari all’estero e arriva anche dall’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) che ha definito la missione europea come una misura miope poichè, senza una riforma complessiva dell’esercito e di tutto il settore della sicurezza del Mali e senza una chiara linea politica di un governo riconosciuto da tutti la missione non potrà che fallire .
A dispetto di tutta questa contrarietà, il capo di Stato Napolitano, ha invece ricordato durante il suo intervento alla cerimonia per il 94^ anniversario della vittoria nel primo conflitto mondiale l’importanza delle missioni e dell’interazione tra i paesi europei: “lo strumento militare assume un ruolo nuovo e cruciale. In un quadro di più limitate risorse finanziarie, condizione fondamentale per rendere politicamente e tecnicamente efficaci le Forze armate nelle missioni militari all’estero e per garantire ad esse capacità di eccellenza è la progressiva integrazione con gli strumenti militari degli altri Paesi membri, in una struttura organizzativa e operativa comune ”.
Anche per la missione in Mali i nostri militari saranno impegnati in questa ennesima missione di pace, in un territorio ostile e pericoloso e ancora una volta affronteranno polemiche, pericoli e critiche. Già perché esiste ancora chi crede che essere un militare sia la via più breve per guadagnare soldi e avere un posto di lavoro. Essere un militare e far parte delle missioni militari all’estero,  è una scelta di vita precisa e dalla quale non si torna indietro.

 

Missioni Militari all’estero

 

Essere un militare implica forza, coraggio e resistenza. E non solo sul campo. Forse molto più nell’intimità dei propri alloggi, lontano da casa, dalla famiglia e in costante pericolo di vita. Lì dimostrano coraggio e dedizione a un compito che si sono scelti e che portano avanti facendo onore al loro paese. È con questo spirito che i nostri soldati affronteranno anche questa difficile missione in Mali. A dispetto di tagli e spending review.

 

Fonti: La Sottile Linea Rossa, Online-news.it, Linkiesta, Gfbv.it, It.euronews.com

 

 

 

 

Share and Enjoy