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Marco Diana siamo Tutti!!!!

6 giugno 2013 inviato da Staff
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Marco Diana siamo Tutti!!!! 5.00/5 (100.00%) 2 Vota questo articolos

Marco Diana, Ex militare che lotta contro un gravissimo tumore vende tutto ciò che possiede e lo fa usando Facebook.

 

Altre volte abbiamo parlato qui, su Esercito Italiano blog, del atteggiamento forse poco etico e adeguato del Ministero della Difesa nei confronti dei militari e soldati italiani malati per cause legate al servizio e al proprio lavoro.

Oggi parliamo di una storia che ci ha veramente colpito. La storia di Marco Diana, maresciallo dell’Esercito Italiano riformato.

Cosa significa riformato?

Il maresciallo Diana è “riformato” perché, come spiega lui stesso, “ho avuto il cancro per motivi del servizio che facevo”.

 

La storia di un dramma

 

 

A Marco Diana è stato diagnosticato un cancro nel 1998 dopo che, lavorando, ebbe una paralisi totale delle sue funzioni vitali. Questo significa che non riusciva neanche a parlare, ma soltanto a sentire cosa accadesse intorno.

Per lavoro, ai servizi dell’Esercito Italiano, il maresciallo Diana ha manipolato tutti tipi di arme da guerra e ha partecipato alle esercitazioni per la sperimentazione degli armamenti.

Da quel momento, dopo la diagnosi della sua infermità, è stato sospeso dal servizio ma, finora, il Ministero della Difesa non ha mai riconosciuto alcuna responsabilità sulla situazione del maresciallo che ora è obbligato a vendere tutte le sue proprietà, tutto quello che possiede, per poter far fronte alle spese mediche.

La denuncia del Maresciallo Diana

Marco Diana lotta da anni per quello che considera i suoi diritti. Infatti, la sua battaglia è basata in due rivendicazioni importanti:

-          Denuncia pubblica dell’uso di armi “potenzialmente e teoricamente” pericolose per la salute dei militari, visto che vengono usate senza le misure di sicurezza adeguate

-          Richiesta di riconoscimento del collegamento tra la sua malattia e l’esercizio della sua professione militare

Come possiamo vedere nella foto, Marco Diana è un lottatore. Richiede pubblicamente aiuto perché vuole ancora vivere e continuare a lottare per i suoi diritti, ma anche per difendere i diritti di altri militari che potrebbero trovarsi nella sua medesima situazione.

 

marco diana

 

Questo è il completo messaggio del Maresciallo Diana su Facebook: «Amici miei – si legge – a causa dell’inadempienza del ministero della Difesa e dei vari comandi militari competenti nel territorio e dei loro comandanti, se voglio continuare a restare vivo e curarmi, sono costretto a mettere in vendita tutto ciò che possiedo: la mia casa interamente arredata, la vigna e qualche terreno. Vi chiedo la cortesia di diffondere questo annuncio in modo che se ci fosse qualcuno interessato mi può contattare in privato. Vi ringrazio. Con amore, vostro maresciallo Marco Diana».

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Ammalarsi di cancro durante una missione: Storie che nessuno ci racconta 5.00/5 (100.00%) 2 Vota questo articolos

“Mi rendo conto che il titolo di questa mia testimonianza è un po’ duro, ma non sono mai stata una che si nasconde dietro alle parole e sono convinta che certi eventi vadano riconosciuti e chiamati per nome seppur nella loro crudezza e verità.
Solo così costituiranno, e lo spero con tutto il cuore, ricchezza e bagaglio per quante di noi, e non lo auguro davvero, potrebbero essere costrette ad affrontare una situazione così particolare; unitamente, certezza assiomica e incontestabile riprova che tutto l’impegno di AMD a sostegno delle nostre famiglie è realmente prezioso e ineguagliabile, soprattutto in occasioni come questa che mi accingo a narrarvi.

 

Una storia che nessuno si aspetta

Squilla il telefono: una signorina si presenta come impiegata della ASSL della mia città. Mi dice con voce gentile che la mia mammografia è risultata scarsamente leggibile e mi invita a completare lo screening con un’ecografia. Non mi allarmo, perché ogni anno è la stessa storia, per cui prendo tranquillamente appuntamento due settimane dopo e, buonanotte al secchio, non ci penso più. Il giorno dell’appuntamento mi presento puntuale: mi fanno un’altra mammografia, una ‘macro’ mi dicono, e poi via, sul lettino per l’ecografia. L’esame comincia e la radiologa ispeziona minuziosamente ogni centimetro, bloccandosi di colpo, su di un punto particolare. La vedo cambiare espressione, mi si gela il sangue e non riesco a dire niente, convogliando tutte le tutte le mie energie nello sforzo di non battere i denti e tremare visibilmente. Dopo minuti interminabili, la radiologa mi dice che c’è una piccola formazione che non la convince e che, senza alcun allarmismo, per sicurezza, conviene sottoporre ad ago aspirato. Annuisco meccanicamente con la bocca arsa e il cervello vuoto.
Presto detto, presto fatto: l’indomani il risultato.
La mia trafila è cominciata così, come quella di tante altre donne, con un unico particolare: mio marito impegnato in missione in Afghanistan, io a casa, con tre figli.
Descrivere gli eventi, i sentimenti, i pensieri susseguenti alla conclamazione della malattia e del verdetto ‘carcinoma maligno…’, mi riesce ancora difficile.
Mi è sembrato di vivere in una realtà parallela, ancora incredula che fosse capitato proprio a me, e soprattutto in un momento come quello. Non so come, non so perché e soprattutto non lo avrei mai creduto possibile, mai, per un solo attimo, sono stata sopraffatta dalla disperazione, neanche quando ho assistito allo smarrimento dei miei figli alla presa di coscienza della mia malattia e non sapevo cosa fare, da sola, se non affrontare con loro il discorso con chiarezza e lucidità, senza mezzi termini.
Ho pianto le mie lacrime, questo sì, più per la rabbia, per il senso di dover affrontare un’ulteriore prova che andava ad aggiungersi a quelle già molto pesanti dell’ennesima missione, l’usuale sentimento di impotenza che ti attanaglia quando ti trovi da sola a lottare in prima linea, e la squassante consapevolezza di sentirsi, come al solito, ‘abbandonata’ a te stessa, in momenti così, da quella Istituzione per la quale, da sempre, tutta la tua famiglia affronta sacrifici e offre generosamente, fedeltà, amore ed energie, senza davvero mai chiedere nulla in cambio.
Mio marito ha saputo della reale natura del problema emerso dall’esame un giorno prima di me, informato da un carissimo amico medico che mi ha amorevolmente accompagnata e sostenuta in tutta la mia avventura e che, consapevole delle possibili difficoltà, gli ha telefonato onde consentirgli di organizzare il rientro prima possibile.

 

Non dimenticherò mai la voce che aveva la sera precedente al mio incontro con i medici che mi avrebbero comunicato il tutto. Non la dimenticherò mai, come non potrò mai cancellare la sua confessione, una volta a casa, dopo l’intervento: “Quando l’ho saputo, prima di te, mi sono sentito male, ma non un male qualunque…un dolore fisico, in petto…credevo mi venisse un infarto… dal dolore”.
Ecco, questo significa dover affrontare queste situazioni, così, lontani, quando il filo del telefono non basta, quando stai vivendo una realtà già per molti aspetti drammatica.
La mia più grande sofferenza è stata per lui.
Forse per la prima volta, dopo tante missioni, ho davvero capito come ci si sente a stare lontani da casa e ad affrontare frangenti difficili, in quella situazione.
Ed è lì, soprattutto, che ho versato inarrestabili fiumi di lacrime.
Mi hanno operato, l’ho avuto accanto per cinque giorni, poi è ripartito.
E in quei cinque giorni ho raccolto tutte le mie forze ed energie per rientrare al più presto alla normalità, perché volevo mi sentisse star bene, perché sapevo che la sua grande preoccupazione era che, una volta partito, potessi crollare.
Ma non l’ho fatto.
Una volta avuta la diagnosi definitiva mi sono detta: adesso so che cos’ho, conosco il ‘nemico’ e posso combatterlo. Non lascerò che vinca. E ho ringraziato Dio di essere moglie di un ‘guerriero’… addestrata da anni !!!
Ora mi sto curando, corpo e spirito.
Non sono crollata e non crollerò grazie all’aiuto di Dio, ma anche e soprattutto, in primis, a quello del mio inossidabile marito, dei miei coraggiosi figli, della mia famiglia allargata, degli amici, in particolare Yigal, il mio insostituibile ‘personal doctor’ e Chicca, la sua sempre presente, dolce e tenera moglie.

Ed anche grazie al discreto ma importantissimo sostegno di quante di voi ho avuto il privilegio di conoscere in modo più approfondito. Ho avvertito la vostra stima, il vostro incoraggiamento, il vostro affetto, e non potete lontanamente immaginare quanta energia mi avete regalato, come quella che continua ad infondermi, ogni giorno, l’intero progetto AMD: un motivo in più per non mollare, mai, neanche di fronte ad una mostro che fa paura a tutti e che si chiama cancro.
Perchè il vero cancro è la rassegnazione, il non lottare per quello in cui si crede, il non sorridere alla vita e, perché no, anche ai problemi che ha in serbo per noi!
Una vita a colori intensi, che, soprattutto se condivisa, si tinge di sfumature uniche ed irripetibili, nel sorriso e nel pianto, sempre. comunque, ad ogni costo.”

 

Maria Chiara Santoro – L’Altra Metà della Divisa

 

Pordenone 10 marzo 2013

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E’ dalla fine degli anni 90 che in Italia si è iniziato a parlare di uranio impoverito e di  soldati morti di cancro e leucemie a causa di esso. Ma pochi giorni fa un’inchiesta scomoda firmata dalla giornalista Vittoria Iacovella ha rimesso tutto in discussione arginando le colpe dell’uranio impoverito e chiamando in causa ben altri fattori in tema di morte dei soldati, ovvero delle vaccinazioni di massa sbagliate che potrebbero aver provocato carcinomi mortali.

Liceità Uso Uranio Impoverito Kosovo

A dar credito a questa ipotesi c’è il racconto di Erasmo Savino, caporal maggiore di 31 anni, con alle spalle 13 anni di servizio e nel presente un tumore maligno. Nella sua deposizione rilasciata davanti alla commissione uranio impoverito, il giovane avrebbe infatti affermato di aver contratto il tumore a causa di una serie di vaccini a cui era stato sottoposto poco prima dell’esposizione all’uranio impoverito avvenuta durante la missione in Kosovo.

Tale dichiarazione è supportata dall’avvocato Giorgio Carta, legale di Savino che nelle proprie relazioni descrive i collegamenti scientifici tra i vaccini e il cancro. Rendere consequenziale il rapporto tra vaccini e malattia mortale è un’impresa piuttosto difficoltosa ma non impossibile: così come le nano-particelle dell’uranio impoverito, anche i vaccini non possono essere rilevati immediatamente ma solo dopo qualche anno dall’immissione nell’organismo.

 

 

Vaccini obbligatori per militari….ma perchè?

La somministrazione di vaccini senza rispetto dei protocolli potrebbe aver indebolito i soldati e il loro organismo, rendendoli particolarmente vulnerabili in caso di esposizione a materiali tossici e sostanze inquinanti. Questa teoria spiegherebbe anche perché 85% dei militari ammalati non è mai stato in missione all’estero né in Kosovo. Lo stesso avvocato però ammette che al di là delle questioni prettamente scientifiche da provare, “la ricerca della verità è resa difficile da numerosi fattori e dalla scarsa trasparenza, inoltre i medici sono ufficiali, quindi superiori gerarchici, che non impartiscono cure, ma ordini militari ai sottoposti ”.

La dichiarazione di Savino, non è la prima in questa direzione. Esiste infatti un precedente che si chiama Francesco Rinaldelli, alpino morte a 26 anni di tumore; i suoi genitori hanno dichiarato più volte agli organi di stampa che il decesso del proprio figlio era legato alla somministrazione incontrollata di vaccini: “ è nostra intenzione riaccendere i riflettori sul progetto Signum. Si tratta di un monitoraggio effettuato su un gruppo di militari che avevano effettuato una missione in Iraq, per trovare eventuali tracce di uranio impoverito. E invece si scoprì che la presenza era quasi impercettibile. Furono però trovati altri elementi significativi: si scoprì che dopo 5 vaccinazioni, in alcuni soggetti particolarmente predisposti, si sviluppavano ossidazioni cellulari che possono portare a malattie oncogenetiche. Il progetto Signum (…) è stato presentato alla commissione parlamentare che lo ha inizialmente ritenuto molto importante, ma poi lo ha accantonato. Temo che in qualche modo lo si voglia nascondere ”.

 

 

Linfoma di Hodgking: altre conseguenze dei vaccini….forse!

Che sia stato uranio impoverito o vaccini indiscriminati, rimane il fatto che centinaia di soldati si sono ammalati e molti sono addirittura morti senza che lo stato, protagonista indiscusso e sempre più carnefice, abbia sostenuto la ricerca della verità, anzi. La mamma di Francesco Finessi, soldato morto per il linfoma di Hodgking, va oltre e dichiara che “al Ministero della Difesa conviene sostenere la causa dell’uranio impoverito perché questo è stato usato dall’esercito statunitense, non da quello italiano, quindi i nostri vertici non ne avrebbero colpa, mentre ammettere che i danni derivino dalle modalità con cui vengono vaccinati i militari, significherebbe riconoscere una colpa interna, senza contare poi gli interessi milionari delle cause farmaceutiche ”.

 

Di fronte alle innumerevoli, legittime domande di mamme, vedove e degli stessi soldati ammalati, il Ministero prende tempo non dando di fatto alcuna risposta, rendendo così la sua posizione ancora più discutibile, se mai questo è possibile.

 

Un dato però è incontrovertibile: il protocollo per la somministrazione dei vaccini, nel 2003, era composto da 3 pagine; quello del 2008 ne conta oltre 200. Una sorta di ammissione di colpa? E se ancora le domande scomode e i morti non bastassero, c’è un’ennesima storia da raccontare, un’inquietante svolta in questa pagina nera di storia italiana: “si è limitato a pretendere una serie di spiegazioni su efficacia, sicurezza e sul perché si facessero vaccinazioni plurime e ravvicinate. Erano otto in 28 giorni. Per tutta risposta, pur avendo poi accettato di vaccinarsi, è stato denunciato e rischia un anno di carcere ”.

Fonte: Il fatto quotidiano

È la storia del maresciallo cagliaritano dell’aeronautica Luigi Sanna e di sua moglie, l’avvocato Gabriella Casula. L’accusa che gli è stata rivolta è quella di “disobbedienza continuata perché ha fatto due volte le domande, per iscritto, visto che non aveva ricevuto risposta, chiedendo che gli si documentasse se i vaccini sono efficaci e sicuri e perché si fanno vaccini plurimi e ravvicinati se è dimostrato che è pericoloso. Dopo 25 anni di servizio rischia ora, oltre le sanzioni disciplinari che però non sono ancora state messe in atto, un anno di carcere ”. L’inquietudine è probabilmente la sensazione più vicina a quello che si prova ragionando su questa vicenda: tumori o vaccini, il risultato purtroppo non cambia e la morte busserà purtroppo alla porta di molti altri soldati, senza che il ministero, lo stato muova un dito.

 

Ma le istituzioni non sono formate da uomini? E gli uomini non hanno una coscienza?

 

Sì, ce l’hanno, ma in molti casi, più pesante di lei c’è la vigliaccheria. Quella che fa dimenticare che si parla di uomini, padri, fratelli e mariti. Quella che non tiene conto che intorno a ogni vittima esiste un micro universo che risente, si dispera e lotta insieme a al malato. Quella che ti fa dimenticare che vivere da malati terminali è un’interminabile tortura, alleviabile in parte solo con la verità.

 

Fonti: Grnet.it, LaTuaVoce.it, Mediterraneanews.org

 

 

 

 

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Erasmo Savino: Quando la Passione Diventa Delusione 5.00/5 (100.00%) 1 Vota questo articolo

Il Caporal Maggiore Capo Erasmo Savino è un ragazzo di 31 anni che aveva un sogno. Nella sua famiglia c’erano altri militari e lui voleva diventare un militare, servire la propria patria, la nostra patria e indossare l’uniforme per difendere tutto ciò in cui crede, o credeva.
Lui ama la divisa ed è per quello che si è arruolato nell’Esercito Italiano. E’ diventato un militare per passione ed era molto orgoglioso di quello che rappresentava. Il suo non era un lavoro, era un dovere che svolgeva con sentimento come tanti altri nostri soldati.

 
Negli anni 1999 e 2000, il Caporal Maggiore Capo Erasmo Savino era in missione in Kosovo come “operatore di attrezzature speciali del genio”. In poche parole faceva l’idraulico, e il suo lavoro era quello d’istallare e curare la manutenzione d’ impianti termici e idraulici, canali e altre operazioni sottoterra. Di solito era necessario operare scavi e trafori, su differenti tipologie di terreni, al fine di riparare le tubazioni o gli impianti danneggiati. È lui stesso a ricordare con noi il suo compito, “la terra era come la sabbia, sembrava terra di mare, dove c’erano anche resti di bombe e proiettili. Lavoravamo dentro le buche e, certamente, lì c’era di tutto”. Infatti, le aree del Kosovo nelle quali si svolgevano queste missioni sono state solo parzialmente bonificate dai residui di bombe ed altro materiale esplodente. Un materiale, talaltro, con elevato contenuto di uranio impoverito.

 

 

Uranio Impoverito: Quando tutto cambia

Dopo quella missione, è tutto cambiato per lui. E’ arrivata la malattia e poi….niente, abbandonato dalla sua bandiera, dalla sua patria e da tutti quelli che avevano giurato di proteggerlo e di tutelarlo……e così che si sente.
Qualche anno dopo il suo rientro dalla missione nell’estero, gli è stata diagnosticato una grave malattia contro la quale continua a lottare. Si tratta di un melanoma nodulare ulcerato plantare al primo dito del piede sinistro – una parte del corpo che è stata con tutta evidenza particolarmente esposta al contatto con il terreno inquinato – e il 12 ottobre dello stesso anno gli sono state altresì  diagnosticate le metastasi che, come accade in questo tipo di patologia, attaccano tutto l’organismo.
Infatti, si sente stanco e debole dopo ripetuti cicli di chemioterapia che, inoltre, gli producono mal di testa costante e un forte abbassamento della pressione.
Ma, chi è il responsabile di questa situazione?
Per il momento nessuno, perché come in tanti altri casi, lo Stato non ha ancora detto una parola. Anzì, lo stato assicura che si è ammalato sotto la sua responsabilità.
Invece non è stato così, ed è quello che difende Erasmo Savino: “Quando ero a Kosovo, facendo il mio lavoro per la mia patria, non ho mai pensato in nessun pericolo. Nessuno ci ha mai detto niente, infatti nella prima missione nessuno sapeva ancora niente dell’uranio impoverito, non si parlava di queste cose. Nella seconda missione, qualche informazione al riguardo girava ma, in ogni caso, non ci sono stati avvertimenti, informazioni sulle precauzioni da rispettare…..nulla”.
Questo è il motivo per il quale il militare chiede chiarezza e “un po’ di sensibilità” allo Stato. “Ho dato 13 anni della mia vita al mio Esercito e sono molto orgoglioso di quello che ho fatto ma non capisco come ora non c’è nessuno che, almeno, si prenda parte della responsabilità. Mai hanno accettato questa responsabilità né mai mi hanno dato una risposta, ovviamente. Nessuna considerazione da parte dello Stato. Mi sento deluso, abbandonato e tagliato fuori”.
In altre parole, quello che si chiede in questo caso come negli altri quasi 3.000 casi, approssimativamente, di soldati ammalati che esistono in Italia per uranio impoverito o vaccini incontrollati, è onestà e coraggio da parte di un’istituzione che dovrebbe almeno riconoscere la causa di servizio.
Il problema, come abbiamo visto altre volte è proprio la difficoltà di dimostrare i collegamenti in quanto, tanto i vaccini come le nano particelle dell’uranio impoverito, non si vedono subito ma dopo qualche anno. Questo però non significa che il collegamento non esista.

 

Non è possibile far finta di niente. Non più.

 

Commissione Uranio Impoverito

Il Caporal Maggiore Capo Erasmo Savino è stato ascoltato mercoledì scorso, 3 ottobre, dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, accompagnato dai suoi avvocati, Giorgio Carta (al quale abbiamo già conosciuto più volte) e Giuseppe Piscitelli.
Tramite una videoconferenza ha denunciato ai senatori il fatto di aver prestato servizio all’estero in assenza di adeguate precauzioni o protezioni, in quanto non fornite dall’amministrazione, la quale avrebbe altresì omesso di informarlo dei rischi per la salute cui andava incontro. Inoltre, ha riconosciuto essere stato obbligato a diversi cicli vaccinali.

 

Pubblichiamo un video, curato da Tommaso Rodano, di Il Fatto Quotidiano con le opinioni degli avvocati Carta e Piscitelli, e di alcuni senatori della commissione.

 

Il Caporal maggiore Capo considera positiva la seduta con la Commissione. Pensa che i senatori, come abbiamo anche visto nel video, sono sensibili al suo problema e richiedono anche loro chiarezza. Infatti, una delle proposte della Commissione, da richiedere al ministero di difesa, è quella di aprire al pubblico un ufficio in grado di rispondere le domande e gli interrogativi di persone “che versano in condizioni psicologiche e sanitarie che richiedono il massimo di diligenza e di rispetto, contribuendo in tal modo anche a rimuovere vischiosità e inerzie burocratiche non accettabili quando si tratta di soggetti che hanno sacrificato la salute o la vita per il proprio Paese”.

 

Ora però, bisogna aspettare il Governo. Le risposte dei ministri e le azioni della Difesa.

 

Fonti: Erasmo Savino, Grnet, Il fatto Quotidiano.

 

 

 

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La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’ Uranio Impoverito accoglierà, mercoledì 3 ottobre, il caso del caporal Maggiore capo dell’Esercito Italiano, Erasmo Savino. A soli 31 anni, il caporal maggiore Savino è ammalato e lotta da troppo tempo con le metastasi di un melanoma. La sua audizione avverrà sicuramente tramite una videoconferenza in quanto, i diversi cicli di chemioterapia ai quali è obbligato a sottoporsi, l’hanno molto debilitato. Al Senato però, saranno presenti i suoi rappresentanti legali: gli avvocati Giorgio Carta e Giuseppe Piscitelli.

 

Erasmo Savino: La Storia

 

Come militare, il caporal maggiore ha partecipato come “operatore di attrezzature speciali del genio”, alle missioni Joint Guardian (dall’11 settembre 1999 al 23 febbraio 2000) e Consistent Effort (dal 23 febbraio 2001 al 22 giugno 2001) nel teatro operativo del Kosovo. In questo teatro, era responsabile d’installazioni e manutenzione di impianti idraulici e termici. In questo senso era obbligato, molte volte, a dover scavare su terreni diversi per riparare le tubazioni o gli impianti danneggiati.

Fino qui, tutto ok. Il problema avviene quando questi lavori sono stati fatti, secondo la testimonianza del militare, senza le precauzioni e le protezioni giuste.

 

E, perché non aveva le protezioni il soldato mentre lavorava?

 

Semplice. Perché nessuno l’ho aveva mai informato né avvertito sui pericoli e i rischi per la salute cui andava in contro con questi lavori in una zona con la presenza di nano particelle di uranio impoverito. Ed è questo il problema!! Un problema che purtroppo abbiamo sentito tante volte ma non tutte quelle necessarie. Perché continuano ad avere un gran numero di casi di militari ammalati nascosti, anonimi e dimenticati da chi aveva e ha la responsabilità di tutelarli.

 

Denunciare per evitare “altri lutti tra i militari”

 

“Quando il militare mi contattò e mi chiese di assisterlo era giugno e mi confidò che i medici disperavano che egli avrebbe superato l’estate, ma lui era certo che li avrebbe smentiti – riferisce l’avvocato Giorgio Carta, che lo assiste -. Per fortuna, ha avuto ragione lui ed ora mi dice che la sua missione è quella di fare il possibile perché si evitino altri lutti tra i militari”. “Al grave danno alla salute subito dal giovane – dice l’avvocato Piscitelli – si è aggiunto quello del ritardo accumulato dall’Amministrazione per rispondere alle sue istanze. E’ triste constatare che i termini dei procedimenti non vengano rispettati nemmeno quando il richiedente è in fin di vita”.

 

Fonte: Grnet.it

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Chip Sottopelle: sicurezza o controllo?

24 settembre 2012 inviato da Staff
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Per i militari, malattie e infezioni sono la prima causa di impossibilità a combattere – più ancora delle ferite riportate – e hanno avuto storicamente un effetto più deleterio delle morti in battaglia. Poter individuare in tempo reale i soggetti più a rischio, intervenendo rapidamente con cure e terapie rappresenterebbe un vantaggio non da poco…” Sembrerebbe così che un progetto come questo sia nato per il bene e la tutela dei soldati. (…) La sperimentazione di simili soluzioni su persone soggette a discipline particolari, come prigionieri e militari, è solo il primo passo verso un tracciamento degli individui più capillare ”.

 

Sono parole inquietanti quelle di  Katherine Albrecht, autrice del libro/denuncia “spychips”, un saggio sulle frontiere del tecno control. È in questo contesto che si inserisce la notizia su un progetto elaborato dall’agenzia per la ricerca scientifica del Pentagono, grazie al quale sarebbe possibile attraverso l’impianto di alcuni microchip monitorare la salute dei soldati. Nel dettaglio questi chip al silicio “possono diventare sensori che monitorano l’attività come l’arrivo di farmaci a cellule target o persino riparare delle strutture cellulari ”. Il pentagono non è nuovo a esperimenti di questo genere. basta ricordare infatti quello conosciuto come MK-Ultra, ovvero un progetto sul controllo mentale in ambito militare, con il quale pare che siano stati somministrati LSD, Fenciclidina e perfino elettroshock su personale militare della CIA, prostitute, soggetti affetti da disturbi psichici conclamati e persone comuni. Lo scopo era quello di controllare le loro menti e verificare le reazioni in questa direzione a seguito dei trattamenti appena elencati.

 

Il progetto dei microchip è già in uno stato avanzato di attuazione in quanto i ricercatori dell’università di Stanford stanno elaborando uno studio che prevede l’invio nel sangue di microchip che possano trasmettere via wireless i dati sulle condizioni di salute del paziente e somministrare anche in tempo reale farmaci. Intuitiva è l’importanza dell’attuazione concreto di un progetto simile per i soldati, soggetti a rischio contagio di malattie che possono inficiare la loro capacità professionale. Questo inquietante progetto in perfetto stile orwelliano oltre a preoccupare fortemente per i potenziali sviluppi che potrebbe ottenere, suscita preoccupazioni anche per la salute e l’incolumità dei soggetti che verrebbero in esso coinvolti:  negli esperimenti sugli animali domestici infatti è stato registrato un numero significativo di tumori. Non solo il microchip, essendo prima di tutto un apparecchio elettronico, è clonabile e la sua clonazione non garantirebbe affatto la sicurezza del soggetto che lo possiede sotto la propria pelle. Probabilmente Orwell avrebbe una spinta di orgoglio nel leggere di questi progetti e della loro potenziale attuazione nel mondo reale. Ma tutto sommato, anche lui, lo aveva previsto solo e soltanto sulle pagine bianche di un libro e all’interno di un mondo completamente irreale. Forse è lì che dovrebbe rimanere.

La tua opinione, come militare, è interessante per noi. Cosa ne pensi?

 

Fonti: Segnidalcielo, Wnd, Armysoftport.

 

 

 

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Dal 2006 lotta contro le gravissime malattie insorte dai vaccini che hanno introdotto nel suo colpo un concentrato di metalli pesanti.

 

Foto: Nuova Venezia

David Gomiero voleva fare il carabiniere, come suo padre, così segue questa traiettoria:

-       5 giugno 2006: si arruola nell’85 Reggimento “Verona” di Montorio Veronese in ferma volontaria prefissata di un anno

-       18 giugno 2006: risulta vincitore della maratona sul monte Bondone

-       19 giugno 2006: viene obbligato a un ciclo di vaccini dal medico militare

Lì finisce il sogno. David aveva 24 anni.

-       27 giugno 2006: viene mandato a casa in licenza per convalescenza

-       31 ottobre 2006: viene congedato

 

A raccontare la storia è stata sua madre, Silvana Miotto, che ieri ha portato il caso al Senato.

“Tutta colpa dei vaccini somministrati all’inizio della leva: vaccinazioni multiple e, per di più irregolari”. Silvana ricorda come dopo la somministrazione dei vaccini David si sentiva sempre più male, con nausea, astenia e fotosensibilità.

Da quel momento David non è più tornato ad essere quello di prima, in quanto “risulta invalido al 90 %”.

Ma la cosa peggiore, secondo racconta la madre, è che David viene accusato di abbandono del corpo militare da parte dalla propria amministrazione. Un delitto per il quale viene assolto il 3 marzo 2009 “perché il fatto non sussiste”.

 

 

Vaccini ai militari: Chi è il responsabile?

 

Per la famiglia di David, ovviamente, non è sufficiente la sua assoluzione per un reato che sembrava non avere molto senso. Come ben dice la mamma Silvana, è necessario sapere la verità sulle cause che hanno messo David in una situazione del genere. David “è giunto qui in tribunale in carrozzella e deambulante con le stampelle, apparendo in condizioni smagrite e ben più precarie di quelle evidenziate dalle fotografie del recente passato”.

Sono molti gli analisi, in Italia e all’estero, a cui si è sottoposto il corpo di David. Un corpo che, secondo Silvana Miotto, è un concentrato di metalli pesanti. Gli analisi evidenziano la presenza di alti livelli di mercurio, arsenico, alluminio e piombo, l’iperattività della tiroide, un deficit del sistema immunitario con tendenza a malattie virali.

Non è possibile che nessuno risponda per questa situazione. Chi si prende la responsabilità dei vaccini procurati ai soldati? Vengono informati sui diritti a dire NO ai vaccini? Qualcuno spiega a loro a cosa consistono questi vaccini?

 

La parola a voi.

 

 

Fonti: Affaritaliani.it, La Nuova di Venezia e Mestre, Il Corriere della Sera.

 

 

 

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Tutela Salute Militari: Accolta una nota che esige l’incremento delle misure di precauzione 3.00/5 (60.00%) 1 Vota questo articolo

Foto: NSD

Il Governo ha accolto un ordine del giorno presentato da Augusto Di Stanislao, capogruppo IDV in Commissione Difesa, sul Decreto Ilva al tutela di tutto il personale militare.

 
“L’inquinamento prodotto dalle industrie del capoluogo jonico è ormai a livelli inaccettabili e insostenibili. Taranto ha una fortissima presenza di personale del comparto Sicurezza e Difesa ed è necessario porre l’attenzione anche nei confronti di coloro che operano nel porto di Taranto”, dichiara il proprio Di Stanislao.
Nella nota, si esige al Governo di incrementare le misure di precauzione per tutelare il personale che, troppe ore, è esposto al rischio di inalazione dei minerali di rischio. Inoltre, è presente la richiesta di fornire non solo le sufficienti informazioni riguardo rischi e precauzioni ma anche misure e dotazioni al fine di mettere in sicurezza il personale che accede al porto, in particolare gli operatori della Sicurezza e portuali, con abbigliamento e maschere protettive.

 
In questo senso il responsabile IDV ha considerato che “la riformulazione proposta dal Sottosegretario inserendo la frase di rito “a valutare l’opportunità di” la prendiamo, senza ulteriore polemica, come un bicchiere mezzo pieno significando che l’Ilva con i problemi e le emergenze ambientali, sociali ed occupazionali che pone ha bisogno da parte del Governo di assunzioni di responsabilità non più rinviabili.”

 

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Salvo Cannizzo si è spento dopo molti anni di lotta contro il cancro 3.50/5 (70.00%) 2 Vota questo articolos

Salvo Cannizzo è morto. Il soldato, originario di Catania, era malato di cancro dopo essere stato in contatto con l’uranio impoverito in una missione in Kosovo. Negli ultimi anni aveva ripetuto pubblicamente il suo malessere per come era stato trattato dalle amministrazioni:  “Lo Stato ci ha abbandonato”.

 

 
Salvo Cannizzo aveva iniziato, pochi mesi fa, uno sciopero di fame per denunciare la mancanza di supporto dello Stato nei suoi confronti. Chiedeva aiuto e ricordava, costretto a vivere su una sedia a rotelle, che la sua malattia proveniva dal contatto con l’uranio impoverito in una missione a Kosovo tanti anni fa. Lo sciopero di fame non ha avuto nessuna risposta e lo stesso Stato è rimasto indifferente.

 
Nel 2009 ha fatto da guida alle telecamere di Report nel quartiere di Librino, portando alla luce incompiute e disservizi del comune di Catania. Sempre attento alle istanze dei più deboli, Salvo Cannizzo, appena tornato dal Kosovo, ha iniziato un percorso al fianco dei ceti meno abbienti. Irriverente, ribelle, ma soprattutto leale in quanto una delle ultime cose che ha detto prima di spegnersi è:  “Bisogna fare qualcosa per evitare che i miei compagni del battaglione S.Marco, che erano con me a contatto con l’uranio impoverito, muoiano nel silenzio dello Stato che ci ha abbandonato”.

 
L’ex militare lascia tre bambine, i funerali si svolgeranno stasera alle 16 presso la chiesa di S.Leone.

 
Fonte: LiveSicilia

Foto: Tutto sul sociale e non

 

 

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Lorenzo Motta: “la mia guarigione è solo per le mie piccole bimbe” 4.75/5 (95.00%) 8 Vota questo articolos

Una delle facciate più scure delle Forze Armate viene derivata dalle malattie di guerra. Quelle infermità collegate alle proprie missioni all’estero ma anche nella propria patria. Centinaia di soldati italiani hanno perso la vita e molti altri sono in battaglia continua contro il nemico più grande che esiste: un tumore.
In altre occasioni abbiamo pubblicato informazioni riguardo il pericolo di materiali come l’uranio impoverito o l’amianto, usato nelle missioni all’estero, ma ne abbiamo anche parlato della responsabilità in questi casi di malattia. Chi è il colpevole? Si prendono le misure di sicurezza adeguate? Sono correttamente informati i soldati prima di andare in missione? Risponde il Ministero, con il supporto giusto, nel caso dei militari ammalati in causa di servizio? Viene sempre riconosciuta la causa di servizio?

In seguito la testimonianza di Lorenzo Motta, arruolato nella Marina Militare dal 2002, vittima dal Linfoma di Hodgkin dal 2005. Si tratta di un tumore collegato all’uranio impoverito che ha già colpito a diversi militari italiani.

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Rabbia, rabbia solo ed esclusivamente rabbia, davanti ad uno Stato che prima serviamo per spontanea volontà gridando con tutta la voce che può uscire dal nostro corpo, quella famigerata parola ” LO GIURO”. Alzando il braccio destro al cielo pronti a combattere e difendere i colori della nostra Bandiera (e di questo ne siamo e ne sono onorato ed orgoglioso) , ma nel contempo mai nessuno ci aveva giurato che nel caso in cui ci fossimo ammalati per questa maledetta guerra chimica fossi stato abbandonato a me stesso: senza un cenno d’aiuto, senza un minimo di tutela. Sicuramente non parlo solo a livello economico ma soprattutto psicologico.
Il 2005 per me e la mia famiglia fu l’anno più brutto della nostra vita, eravamo pronti a coronare un sogno tanto atteso e che tutte le coppie sperano di esaudire. Ma il nostro era diverso. Sognavamo lei con un magnifico abito bianco ed io in alta uniforme bianca che accompagnavo la mia Lei davanti Dio per giurarle fedeltà. Alle ore 14,25 del 27/07/2005, mentre facevo la barba mi accorsi di un gonfiore nella parte destra del collo che inizialmente fu diagnosticato come ascesso avendo un dente forato. Presi i giusti farmaci ma il gonfiore non tentennava a sparire anzi, giorno dopo giorno aumentava di più.

 

Decisi di affidarmi al Policlinico di Palermo dove inizialmente fui curato con dei farmaci antitubercolari, in quanto credevano che fosse una turbecolosi linfonoidale ma il gonfiore persisteva sempre nel suo avanzamento, fino a quando il 25/11/2005 in chirurgia d’urgenza fui operato alla base del collo per analizzare il linfonodo e vedere di cosa si trattasse.

 

Linfoma di Hodgkin e Uranio Impoverito

Mi fu comunicato il 13/12/2005, era un Linfoma di Hodgkin – cellularità mista – stadiazione 2a nella parte latero cervicale sovraclaveare destra.
Mi ricoverarono d’urgenza presso il reparto di Ematologia dello stesso ospedale e mi sottoposero alla biopsia Osteomidollare da poter intraprendere in maniera celere la giusta terapia per il mio Linfoma che si conclusero il 8 cicli di Chemioterapia e 35 sedute di Radioterapia.
Ero davvero demoralizzato ma non mi mancava la forze di reagire.

 

Un meraviglioso giorno, mentre tutto attorno a me e ai miei familiari era scuro, vidi arrivare mia moglie in ospedale ed entrata nella stanza dove ero ricoverato. Il suo sguardo diverso, un sorriso che stonava con la situazione che stavamo vivendo. Vidi 2 occhi lucidissimi pronti a piangere di felicità. Si chinò verso il mio orecchio destro e mi disse:

 
-    Amò, questo è un dono di Dio, ad ottobre diventi papà.

Quella notizia fu meglio di un miracolo. Da quell’istante la mia guarigione era solo per la mia piccola bimba.

Ovviamente appreso la patologia che avevo istaurai subito tramite il mio primo avvocato l’istanza per ottenere la causa di servizio e sempre in quel periodo arrivarono i Carabinieri a casa dicendomi che dovevano notificarmi un documento.
Aperta la busta, la Marina Militare mi comunicava che dal mese successivo le mie competenze si sarebbero ridotte del 50% e se la malattia si fosse protratta per ulteriore 3 mesi le mie competenze stipendiali erano pari a O€.

 

Fecero di me una nullità vivente, fui sfrattato di casa, ero senza soldi per far fare le visite per la gravidanza di mia moglie. Nonostante questo, con tutta la chemio in corpo trovai il coraggio di andare a lavorare in un ristorante come lavapiatti ed attualmente sono ricercato dagli agenti di recupero crediti.
Il 15/10/2006 nacque mia figlia Nadia e il 15 sera dovetti partire a Taranto per ritornare in servizio, fui sottoposto a visita presso l’ospedale militare di Taranto dove mi diedero la piena idoneità al servizio.  Sinceramente, mi chiedo come possono fare idonea una persona che ha ancora i postumi della radioterapia e non solo erano anche ben visibili avendo collo e spalla bruciati.

 

Effettuai il corso e passai in servizio permanente effettivo.
Fui destinato da Taranto a Augusta, arrivato al nuovo ente, mi comunicarono che l’ospedale militare di Augusta voleva sottopormi a visita facendomi le stesse ed identiche prestazioni dell’ospedale militare di Taranto, ma con la differenza che la commissione di Augusta mi poneva in Congedo Assoluto ed in attesa di impiego civile presso il Ministero della Difesa.
Occupazione che arrivò dopo circa 1 anno presso la SERIMANT di Palermo. Avendo dal 2005 al 2008 contratto debiti per far vivere la mia famiglia, dovetti chiedere 3 trattenute in busta paga fino al punto che percependo 1100€ e non potendomi permettere un affitto di casa, decidemmo di andare ad abitare a Torino presso la casa di mio papà dove attualmente vivo.
Presi servizio presso Il Comando Regione Militare Nord di Torino, appena arrivato dopo 5 anni di attesa mi fu notificata la non dipendenza da causa di servizio esprimendosi che non esisteva un nesso causale tra l’attiva svolta e la patologia.
Non accettai la loro espressione e mi rivolsi al TAR Lazio chiedendo di annullare il parere del comitato di verifica sulle cause di servizio ed attualmente sono in attesa di fissazione udienza.

 

Uranio Impoverito: l’ombra dei militari

 

In questi anni tramite Internet ho sentito parlare di Uranio Impoverito e le nanoparticelle di metalli pesanti ma effettivamente non ho mai avuto la certezza che il mio male dipendesse da questi agenti tossici.
Decisi di prendere i miei campioni bioptici dall’Anatomia Patologica di Palermo e trasferirli in un centro denominato NANODIAGNOSTICS presso l’università di Modena. Unico centro in territorio nazionale in grado di constatare l’eventuale presenza di nanoparticelle di metalli pesanti.
Ed esattamente alla fine del 2011 arrivò il tanto atteso referto, comunicandomi che erano state riscontrate numerosissime nanoparticelle di metalli pesanti tra cui: Rame, Acciaio, Nichel, Manganese, Bario etc…e nelle conclusione della stessa relazione si evince la inequivocabile esposizione a cui io sia stato sottoposto.
A conoscenza di questo non mi avvalgo più del nesso Probabilistico ma del nesso di certezza.
Istaurai domanda per essere definito Vittima del Dovere che nel caso in cui la percentuale d’invalidità fosse almeno il 25% viene corrisposto un assegno vitalizio pari a circa 1400 euro.
In data 15/06/2012 vengo convocato dall’ospedale militare di Torino, postomi davanti la commissione e fornisco la documentazione del Linfoma e della Contaminazione.
Risultato? Un rifiuto….INCREDIBILE MA VERO…. viene rifiutata la documentazione della contaminazione dicendomi che Roma aveva richiesto di quantificare l’invalidità solo sul linfoma.
E che percentuale mi hanno dato?
Il 23 %  (figuriamoci se davano almeno il 25% ma neanche per scherzo).
Comunicato con il mio avvocato cede la cosa molta positiva anche perché entro la fine del 2012 vuole chiedere il risarcimento dei danni per me e la mia famiglia.
Lorenzo Motta

 

 

 

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