Archivi per la categoria 'Caduti di guerra'

La Siria Diverrà Una Questione Italiana?

5 settembre 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
La Siria Diverrà Una Questione Italiana? 4.64/5 (92.73%) 11 Vota questo articolos

 

Le prossime ore saranno senza dubbio decisive rispetto al conflitto interno alla Siria che ha mandato al creatore qualcosa come 90 mila vittime negli ultimi due anni. Il mondo intero sta decidendo come e se agire per porre fine al massacro di civile e ristabilire la pace. O almeno questo dovrebbe essere l’intento.

 

Tutto ebbe inizio due anni fa con la popolazione siriana scesa in piazza per reclamare la fine della dittatura. Da allora si è arrivati all’embargo passando per migliaia di morti, fino all’indignazione mondiale per il presunto uso di armi chimiche.

 

Sira. La prossima destinazione del nostro esercito?

Sira. La prossima destinazione del nostro esercito?

L’Italia in questo contesto pare avere le idee chiarissime circa un eventuale coinvolgimento dell’esercito in una missione internazionale in Medio Oriente. Il ministro Bonino ha fermamente bocciato un’azione militare che non sia sotto l’egida delle Nazioni Unite, dunque senza una precisa delibera del consiglio di sicurezza dell’ONU.

 

A calcare ulteriormente la mano, neanche a dirlo, il Vaticano: “il conflitto in Siria contiene tutti gli ingredienti per esplodere in una guerra di dimensioni mondiali. L’alternativa non può essere che quella della ragionevolezza, delle iniziative basate sul dialogo e sul negoziato (…) Occorre imboccare senza indugio la via dell’incontro e del dialogo, che sono possibili sulla base del rispetto reciproco, dell’amore” come dichiarato da Mario Toso, del dicastero vaticano Giustizia e Pace.

 

 

La Siria è Già Da Tempo Una Questione Italiana

 

Questa ventata di pace del Governo Letta stride non poco con le condotte e gli interessi degli ultimi anni delle nostre istituzioni che dall’inizio di questo conflitto hanno venduto partite di armi leggere, più facili da piazzare e smerciare ma anche “le più pericolose tra le armi di distruzione di massa” come le ha definite Kofi Annan. Il tutto per un giro di denaro che dal 2009 ha fruttato qualcosa come 230 milioni di euro.

 

Appena l’ombra dello scandalo ha fatto capolino, la Finmeccanica si è affrettata a precisare che la commissione delle armi era antecedente allo scoppio delle violenze e anche dell’embargo. Affermazione che mirava semplicemente a non essere considerati responsabili dell’uso militare che Damasco ha fa e tuttora fa di quelle armi.

Tutte queste informazioni e molte altre di portata ben più ampia dell’Italia derivano a più livelli dalla vicenda Wikileaks, dunque da una fonte attendibile.

 

Ora alla luce di tutto questo, se si ripensa alla forte presa di posizione del governo Italia e alla quasi indignazione per la proposta di attacco americano senza l’egida delle nazioni unite, non viene un po’ da sorridere? E il sorriso non diventa un po’ amaro se si pensa che il mondo ha deciso di mobilitarsi dopo quasi centomila morti e solo però pare siano state usate armi chimiche? I morti sotto i bombardamenti o per mano di coltelli o armi leggere non meritavano attenzione? I morti di guerra sono morti di guerra e non fa differenza il modo.

 

Il pensiero che i nostri militari vengano coinvolti in un altro Kosovo non credo esalti nessuno. Stiamo faticando a uscire dal pantano dell’Afghanistan, non riusciamo a far tornare a casa due marò, siamo pieni di problemi interni con la recessione e la disoccupazione che galoppano…forse mandare i nostri militari a morire in Siria non sarebbe la scelta più oculata. Neanche sotto l’egida dell’Onu.

 

Fonte: ilfattoquotidiano / repubblica / gadlerner

Share and Enjoy

Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa?

18 luglio 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa? 3.17/5 (63.33%) 6 Vota questo articolos

 

Fa certamente meno clamore adesso di qualche anno fa. Per questo se ne parla poco, non fa più notizia. Ma in Afghanistan i nostri militari continuano a operare. E anche a rimanere feriti. Le morti invece, quelle sì, rimangono la notizia di quel solo disgraziato giorno.  Come quella del capitano Giuseppe La Rosa, ucciso a Farah in Afghanistan poche settimane fa.

 

Proprio sulla morte del capitano, durante un’interrogazione alla camera il ministro Mario Mauro ha sottolineato come  non sia possibile “azzerare completamente i rischi per i nostri militari, nonostante la validità delle procedure operative seguite e degli equipaggiamenti utilizzati“… Come a dire sono rischi imprevedibili del mestiere di soldato nelle sue missioni internazionali.

 

militari-italiani-afghanistan

 

E ancora in seguito ad una esplosione pochi giorni fa, mentre era di pattuglia ad alcuni chilometri da Bala Boluk,  alle 14.15 locali (le 11.45 italiane) lungo la strada n.517, nella provincia di Farah, un militare italiano è rimasto lievemente ferito al volto.

 

Dall’inizio di questo 2013 le vittime in Afghanistan sono cresciute del 24%, e un terzo dei caduti è stato ucciso per mano di forze anti-governative. L’unico dato positivo in questo massacro è che secondo fonti ufficiale delle Nazioni Unite, i talebani hanno aperto le porte a un dialogo con l’amministrazione in carica.

 

Sarà forse anche sull’onda di questa dichiarazione di intenti che il neo governo Letta, sebbene abbia sottolineato la progressiva risoluzione dell’organico italiano, che oggi tocca le 3100 unità con un ulteriore flessione dei prossimi mesi, ha anche confermato la volontà di proseguire la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, concludendola secondo i tempi stabiliti nel 2014.

Quello che secondo il ministro degli esteri frena un ritiro anticipato delle nostre truppe dal territorio afghano verte su due binari imprescindibili: ”in primo luogo la necessità di non mettere a rischio la sicurezza dello stesso contingente, in una fase particolarmente delicata quale è sempre quella del ripiegamento, procedendo con il ritiro accelerato delle componenti operative. In secondo luogo l’indisponibilità sia di sufficienti vie di comunicazione nella regione, sia di vettori aerei, navali, terrestri per la concomitante richiesta di tutti i Paesi della coalizione internazionale”.

 

Questo significa principalmente che il passaggio di consegna tra le il contingente internazionali e le forze governative non è ancora concluso e fino alla fine di questo processo di transizione l’Italia non abbandonerà il paese.

Non solo. Ma anche dopo il 2014 è intenzione del governo italiano proseguire con l’impegno in Afghanistan in termini di assistenza e addestramento alle forze afghane con la nuova missione che si chiamerà Resolute Support.

 

Ora se questa sia una bella o una brutta notizia lo lasciamo decidere a voi lettori. Il pensiero che questa missione di guerra travestita di pace abbia una fine ancora incerta, turba i sonni di molti italiani. Sia qui che lì. Sia per coloro che la vedono come un lavoro, pericoloso, senza certezza, ma pur sempre un lavoro. Sia per coloro che la vivono come un inutile impiccio internazionale dal quale non usciremo mai.

 

 

Fonte: repubblica / ilmessaggero / nocensura /articolotre

 

 

Share and Enjoy

Nassirya. Una Strage Dal Colore Dell’Oro

6 maggio 2013 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

Vanno risarcite le famiglie delle vittime della strage di Nassiriya. Questo l’imperativo con il quale la cassazione ha ribaltato al sentenza della corte militare d’appello di Roma che di fatto aveva assolto, perché il fatto non sussiste, il colonnello dei carabinieri Geogie Di Pauli, accusato di non aver preso le adeguate misure di sicurezza nella base militare dove il 12 novembre del 2003 vennero uccisi 19 italiani, di cui 12 militari dell’Arma, 5 dell’Esercito e 2 civili.

 

Nel documento si legge infatti che l’aver scelto di posizionare la riservetta delle munizioni all’interno della base Maestrale può aver aggravato l’esplosione. “Con la nostra battaglia, che è durata 10 anni, siamo riusciti anche a far togliere il segreto militare dai documenti. Dedico questa vittoria  alle famiglie delle vittime” commenta Francesca Conte, legale della maggior parte delle famiglie dei militari.

 

nassirya

 

10 Anni Di Processi

 

Per riassumere i fatti giudiziari, ricordiamo che le inchieste aperte su questa tragedia sono state due: la prima avviata dalle autorità militari per cercare di capire se fosse  stato fatto tutto il possibile per prevenire gli attacchi suicidi e l’altra aperta invece dalla procura di Roma per l’individuazione degli autori di questo martirio.

 

L’avvocato non manca di invocare un parallelismo che in molti hanno fatto: questa sentenza della cassazione infatti arriva poco dopo quella di Ustica, altro caso intrigato e oscuro della storia militare italiana. È un po’ come se lo stato avessevoluto, in un attimo di coscienza razionale,  rendere onore alle sue vittime, seppure dopo averle metaforicamente martoriate in attesa di una sentenza giusta.

 

Non si può non ricordare infatti che ai militari morti e feriti nell’attentato di del maledetto 12 novembre sono state intitolate vie, piazze e monumenti in tutta la penisola e sono stati anche insigniti della croce d’onore che i familiari delle vittime definirono “insufficiente e artificiosa”. Nessuna medaglia d’oro al valore però per nessuno di loro e questa scelta fu oggetto di polemica per lunghi mesi dopo l’accaduto.

 

Le famiglie delle vittime, parti civili in questo processo, erano già tali dei precedenti procedimenti giudiziari, conclusi a carico di due generali dell’Esercito, Vincenzo Lops e Bruno Stano. Entrambi furono assoluti ma la cassazione anche in quell’occasione dispose un processo civile attualmente ancora in corso per i risarcimenti ai parenti delle vittime a carico del Ministero della Difesa.

 

Risarcimenti. La Polemica Dilaga

 

Seppure non può essere bello affrontare una tragedia in termini economici, anche l’aspetto materiale in questa triste vicenda ha giocato un ruolo non di secondo piano.

 

Ai familiari delle vittime è stato riconosciuto un vitalizio mensile, in parte esentasse, che varia da 1700 euro a 4500. Ma alcune delle famiglie e dei sopravvissuti non si sono accontentati e hanno tentato, in qualche caso con esito positivo, di spremere le casse dello stato per quanto più si poteva. A denunciare questo è proprio uno di loro, uno dei sopravvissuti a quel maledetto 12 novembre:ho ricevuto una somma una tantum di 85.960 euro e il vitalizio. Altri, senza un graffio, hanno ottenuto il triplo con lo stress post traumatico e chiedono ancora soldi. Qualcuno ci marcia”. A parlare senza mezzi termini è il luogotenente in congedo Vittorio De Rasis.

Ed ecco che allora in questa ottica, la sentenza della cassazione che apre una nuova strada agli indennizzi, acquista tutta un’altra luce. Quella brillante dei soldi.

 

 

Fonte: ilgiornale / unita / rai / diritto24.ilsole24ore / gqitalia /santagatando

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Per non dimenticare: Cerimonia ai Caduti per Servizio 5.00/5 (100.00%) 1 Vota questo articolo

Ieri a Torino c’è stata una cerimonia per onorare le vittime, militari e civili, che hanno perso la vita in servizio. Il Monumento ai Caduti per Servizio è stato il principale testimone dell’evento, per ricordare che ci sono molte persone in Italia, appartenenti alle Forze Armate, alle Forze dell’Ordine, alla Pubblica Amministrazione statale e locale, ecc… che hanno dato la vita per la pace e la democrazia o per la lotta contro la criminalità.

 

 

 

La cerimonia è stata organizzata per l’Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per Servizio Istituzionale che raggruppa tutti i lavoratori presso le amministrazioni e istituzioni pubbliche che hanno riportato mutilazioni ed infermità per causa di servizio militare e civile. Quest’associazione ha come principale obiettivo, il riconoscimento dei valori morali e dei diritti degli invalidi per servizio e delle loro famiglie.

 

Nella foto il vicepresidente vicario del Consiglio Comunale, Silvio Magliano; il procuratore Marcello Maddalena e il procuratore, Gian Carlo Caselli con altre autorità.

 

 

Per Non dimenticare

 

Gli ultimi 50 anni della storia italiana sono purtroppo pieni di episodi amari, di morte e di sangue. Parliamo dei nostri militari caduti nel Congo, In Afghanistan, nei Balcani o in Iraq; le vittime della criminalità organizzata o della mafia; i caduti delle forze dell’ordine nella lotta contro il terrorismo, ecc….

 

L’elenco delle vittime è lungo e, proprio per questo, bisogna ricordarle. Il generale Vittorio Ghiotto, Presidente della Sezione Provinciale della Unione Nazionale Mutilati e Invalidi, ha affermato ieri durante la cerimonia che non è possibile oltre a questi nomi “dimenticare la schiera ancor più numerosa di altrettanti eori, che sono però senza voce e senza volto: a tutti loro va il pensiero deferente e la riconoscenza della Patria. Così come la nostra solidarietà umana e il profondo rispetto vanno ai familiari dei caduti che hanno saputo vivere con profonda dignità grandi tragedie personali”.

 

L’obbiettivo di questo tipo di eventi non è “vivere nella tristezza del ricordo, ma ricordare ciò che vale le merita con quell’ammirazione e quella gioia capaci di conferire uno slancio positivo e contagioso”.

 

Foto: Alberto Alpozzi

 

 

Share and Enjoy

Tributo ai Militari Italiani

2 novembre 2012 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

Oggi, 2 novembre, giorno dei morti, mi sembra doveroso fare un tributo ai nostri militari italiani caduti in battaglia, in Iraq e In Afghanistan.

Non possiamo permettere che i loro nomi vengano dimenticati o diventino soltanto un numero in più….a loro e a le loro famiglie, un abbraccio forte!

ONORE….

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

24 anni, originario di San Remo e appartenente agli alpini di Cuneo. Il Caporal Tiziano Chierotti, è morto stanotte nel distretto di Bakwa, al sud di Herat (Afghanistan), mentre altri tre alpini sono rimasti feriti dopo uno scontro a fuoco con insorti, nel quale è stato anche ucciso un soldato afgano.

 

I militari feriti non sono in pericolo di vita. Hanno lesioni alle gambe.

La vicenda è accaduta nel corso di un’operazione congiunta tra i militari italiani e i soldati dell’esercito afghano. Le prime ricostruzioni affermano che i militari italiani implicati stavano realizzando un’ attività di pattuglia nell’abitato del villaggio di Siav – a circa 20 km a ovest della base operativa avanzata Lavaredo di Bakwa, dove è basata la Task Force South East costituita dal 2/o reggimento alpini – quando sono stati attaccati con armi da fuoco da un gruppo di insorti.

 

Tiziano Chierotti: militare degli alpini italiani

 

Chierotti è la vittima italiana numero 52 dall’inizio della missione Isaf in Afghanistan, nel 2004. Era effettivo dal 2008 al reggimento alpini di Cuneo, nella brigada Taurinense. Nello scontro è stato ferito all’addome e subito trasportato in un ospedale militare da campo, dov’è stato sottoposto ad un intervento chirurgico, ma i medici non hanno potuto fare niente.

 

La procura di Roma ha aperto un fascicolo sugli attentati per scontro a fuoco in afghanistan, in quanto la maggior parte dei militari italiani morti nel territorio afghano è stato ucciso in questo tipo di episodi terroristi.

 

Vittime italiane in Afghanistan

 

24 marzo: un attacco a colpi di mortaio contro la Fob (Forward Operative Base) ‘Ice’ in Gulistan, uccide il sergente Michele Silvestri, 33 anni, del 21esimo Reggimento Genio Guastatori di Caserta.

 

- 25 giugno: il carabiniere del nucleo addestrativo della polizia afgana, Manuele Braj, 30 anni, muore ad Adraskan per l’esplosione di un razzo

 

-    20 febbraio 2012: il caporal maggiore capo Francesco Currò, il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo e il primo caporal maggiore Luca Valente, in seguito ad un incidente stradale avvenuto a circa 20 Km a sud-ovest di Shindand.

-    13 gennaio 2012: il tenente colonnello Giovanni Gallo, colpito da un malore.

 

-    16 settembre 2011: il Maggiore dei CC Matteo De Marco stroncato da un malore ad Herat

 

-    13 settembre 2011: il tenente Riccardo Bucci, il Caporal Maggiore Scelto Mario Frasca e il Caporal Maggiore Massimo Di Legge, in un incidente stradale.

 

-    25 luglio 2011: Primo Caporal Maggiore David Tobini in seguito alle ferite riportate in uno scontro a fuoco nel villaggio di Khame Mullawi, nella valle di Bala Murghab.

 

-    12 luglio: il primo caporal maggiore Roberto Marchini, dell’ottavo reggimento genio guastatori della Folgore.

 

-    2 luglio: il caporal maggiore Gaetano Tuccillo, ucciso in un attentato.

 

-    4 giugno 2011: il tenente colonnello dei carabinieri Cristiano Congiu, intervenuto per difendere una donna americana, era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco.

 

-    28 febbraio 2011: il Tenente Massimo Ranzani in un’esplosione a nord di Shindand.

 

-    28 gennaio 2011: il Caporal Maggiore Scelto Luca Sanna per ferite per i colpi d’arma da fuoco esplosi da un presunto appartenente all’Afghan National Army, poi fuggito.

 

-    31 dicembre 2010: primo Caporal maggiore Matteo Miotto, 24enne, di Thiene, in uno scontro.

 

-    9 ottobre 2010: quattro alpini vittime di un’imboscata: il primo Caporal maggiore Sebastiano Ville, 27 anni, il primo Caporal maggiore Gianmarco Manca, 32 anni, il caporalmaggiore Marco Pedone, 23 anni e il primo caporalmaggiore Francesco Vannozzi, 26 anni.

 

-    17 settembre 2010: l’incursore Alessandro Romani, raggiunto da colpi di arma da fuoco in un attentato nella provincia di Farah.

 

-    28 luglio 2010: Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis, in una esplosione a Herat.

 

-    25 luglio 2010: il capitano dei carabinieri Marco Callegaro muore a Kabul, si sarebbe sparato un colpo di arma da fuoco all’interno del suo ufficio. Sull’episodio viene aperta un’indagine dei carabinieri della polizia militare.

 

-    23 giugno 2010: il Caporal Maggiore Scelto Francesco Saverio Positano.

 

-    17 maggio 2010: il sergente Massimiliano Ramadù’, 33 anni, e il caporal maggiore Luigi Pascazio, 25 anni, nell’esplosione di un ordigo.

 

-    26 febbraio 2010: Pietro Antonio Colazzo, un funzionario dell’Aise, l’Agenzia di informazione e sicurezza esterna, nel corso di un attentato suicida compiuto dai talebani a Kabul.

 

-    15 ottobre 2009: il Caporal Maggiore Rosario Ponziano, muore in un incidente stradale avvenuto sulla strada che unisce Herat a Shindad.

 

-    17 settembre 2009: sei militari muoiono in un attentato suicida a Kabul, rivendicato dai talebani. Antonio Fortunato, Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Massimiliano Randino, Roberto Valente e Gian Domenico Pistonami.

 

-    14 luglio 2009: il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio, 25 anni.

 

-    15 gennaio 2009: Arnaldo Forcucci, maresciallo dell’Aeronautica, per arresto cardiocircolatorio.

 

-    21 settembre 2008: il caporalmaggiore Alessandro Caroppo, 23 anni, per un malore.

 

-    13 febbraio 2008: il maresciallo Giovanni Pezzulo, 44 anni, in un attacco a Kabul .

 

-    24 novembre 2007: il maresciallo capo Daniele Paladini, 35 anni, in un attentato suicida a Kabul.

 

-    4 ottobre 2007: l’agente del Sismi Lorenzo D’Auria. Il militare era stato gravemente ferito il 24 settembre durante un’operazione delle forze speciali britanniche per cercare di liberarlo.

 

-    26 settembre 2006 i caporalmaggiori Giorgio Langella, 31 anni, e Vincenzo Cardella, in seguito all’esplosione di un a Kabul.

 

-    29 settembre 2006: il caporalmaggiore Giuseppe Orlando, 28 anni, in un incidente stradale.

 

-    2 luglio 2006: il tenente colonnello Carlo Liguori, 41 anni, è stroncato da un attacco cardiaco ad Herat.

 

-    5 maggio 2006: il tenente Manuel Fiorito, 27 anni, e il maresciallo Luca Polsinelli, 29 anni, nell’esplosione di un ordigo.

 

-    11 ottobre 2005: il caporalmaggiore capo Michele Sanfilippo, 34 anni. Viene ferito con un colpo alla testa, partito accidentalmente, nella camerata del battaglione Genio a Kabul.

 

-    3 febbraio 2005: l’ufficiale di Marina Bruno Vianini perde la vita nello schianto di un aereo civile.

 

-    3 ottobre 2004: il caporal maggiore Giovanni Bruno, 23 anni, del Terzo reggimento alpini, è vittima di un incidente stradale.

 

 

 

Share and Enjoy

Per non dimenticare…..

17 settembre 2012 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Per non dimenticare….. 5.00/5 (100.00%) 1 Vota questo articolo

Il 17 settembre 2009 esplose un’autobomba al passaggio di un convoglio di militari italiani in Afghanistan. Nell’attentato perderono la vita i soldati Davide Ricchiuto, Roberto Valente, Matteo Moreddu, Giandomenico Pistonami e Antonio Fortunato, di stanza al del 186° reggimento Paracadutisti Folgore e altri 4 rimasero feriti.
Un anno dopo, precisamente, morì Alessandro Romani appartenente al 9° reggimento d’assalto Col Moschin, durante uno scontro a fuoco con i talebani. Questo è un omaggio a tutti loro, perché non possiamo dimenticare quelli che hanno dato la vita per la nostra bandiera.

Share and Enjoy

Militari Santi o Peccatori?

1 settembre 2012 inviato da Staff
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

Foto: Undo.net

E’ bizzarro leggere di cattolici che litigano con cattolici su temi come la guerra e la pace non trovandosi affatto d’accordo.
Eppure, fermo restando che il rispetto per la morte è sacrosanto a prescindere da religioni o ideologie, è proprio un articolo pubblicato sul giornale Avvenire, nel quale venivano esaltati i nostri militari che hanno perso la vita in missioni di pace all’estero dando loro la definizione di “eroi per la pace”, che ha scatenato una stizzita reazione da parte di una gruppo di sacerdoti pacifisti, guidati da Nandino Capovilla che hanno scritto tutto il loro sdegno in una lettera aperta proprio al direttore Marco Tarquinio, il quale ha replicato mantenendo alti i toni della discussione.

 
Una catena di sant’Antonio a colpi di penna, della quale non si vede la fine. Ma facciamo ordine e iniziamo dal primo articolo pietra dello scandalo, da cui l’indignazione globale, seppure per ragioni differenti, trovò origine.
Nei primi giorni di agosto sul quotidiano Avvenire venne pubblicata una pagina intera in onore agli “eroi della pace” ovvero ai soldati italiani, cappellani compresi, caduti durante le missioni internazionali a corollario della quale c’è una lunga intervista all’ordinario militare mons. Pelvi, nel quale definisce la professione militare come “una professione aperta al bene comune e allo sviluppo della famiglia umana (…) Essere cristiani ed essere militari non sono dimensioni divergenti, ma convergenti, perché la condizione militare trova il suo fondamento morale nella logica della carità ”.

 
Questa definizione non ha riscosso il gradimento dello storico movimento cattolico pacifista Pax Christi che ha replicato utilizzando un’altra definizione tutt’altro che moderata riguardo ai militari additandoli come “portatori di strage” e poi rilancia: “ci scandalizziamo ogni volta che un cristiano infanga il termine «missione», confondendolo con le guerre, chiamate missioni di pace ”.
La lettera dei monsignori pacifisti si chiude con un auspicio: “a 50 anni dal Concilio Vaticano II, crediamo doveroso riaprire una riflessione seria sulla condanna della guerra e sulle strade che sono chiamati a percorrere gli operatori di pace ”.

 

 

Militari in missione: i perchè?

Questa ultima parte mette certamente tutti d’accordo ma, oltre allo sdegno del direttore Tarquinio per queste sentenze a tinte forti e oggettivamente poco giustificate, ai lettori rimangono aperti una serie di interrogativi che non troveranno risposta neanche in un auspicato quanto improbabile Concilio Vaticano III sul tema.
Sentire esponenti di uno degli stati più ricchi al mondo parlare di sprechi e di costi esagerati delle missioni italiani – tecnicamente quindi di un altro stato indipendente e sovrano – è piuttosto bizzarro.
Certamente è vero quanto sottolineato dai sacerdoti pacifisti nella loro lettera, ovvero che la missione in Afghanistan costa due milioni di euro al giorno e che se la stessa cifra fosse investita in opere di maggiore utilità sociale avrebbe una riscontro diretto sulla popolazione, molto più che qualunque missione di pace.
Ma la domanda è: ha senso costruire un ospedale senza preoccuparsi che lo stesso non venga bombardato e distrutto nell’arco di poche settimane? Ha senso investire in scuole senza preoccuparsi di rendere sicure le strade che devono portare i bambini sui banchi? Perché nelle missioni di pace (o se preferite di guerra) i nostri militari fanno principalmente questo: rendono sicuro un luogo che non lo è, per permettere il riprendere della quotidianità senza pericoli per nessuno.
Questo significa missione di pace nell’immaginario collettivo comune; la parola pace non ha solo l’accezione cattolica e al di fuori di questa è inutilizzabile. Anzi. Pace implica un contesto che ne permette il mantenimento e i nostri militari lavorano proprio in questa direzione, perdendo sistematicamente la vita, così come accade per tutte le altre morti bianche al mondo, ovvero nel regolare svolgimento del loro lavoro, ovvero, che piaccia o no, durante una missione di pace.
A questa riflessione ne segue a ruota un’altra che ci limiteremo ad accennare, lasciando ogni approfondimento alle coscienze dei lettori. A muovere accuse e giudizi facili sui nostri militari in missione non è lo stesso stato sovrano che per secoli ha intrapreso “missioni di pace” in africa e in America Latina, nel tentativo di diffondere il proprio credo, senza tener conto di tradizioni vive da milioni di anni e nell’assoluta presunzione di essere possessore dell’unica verità possibile?

 

Fonti: Europaquotidiano / Mobile.Ilmanifesto / Ibidem

 

 

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Annarita Lo Mastro (madre di David Tobini): “Una scelta l’Afghanistan? Ho grossi dubbi!” 3.50/5 (70.00%) 2 Vota questo articolos

Il mio cuore si stringe ogni volta che mi arrivano notizie di soldati italiani feriti o morti in missione, come credo succeda a tutti. Ma dopo qualche mese, sento ancora l’oppressione per la perdita, il dolore e questo invece, sono sicura, non succede a tutti.

Conosciamo le cifre e i numeri sui nostri militari caduti. Poco tempo fa, dopo la morte del carabiniere scelto Manuele Braj, di 30 anni, in terre afghane, saliva a 51 il numero dei militari italiani morti dall’inizio della missione Isaf in Afghanistan, nel 2004.

Ma qual è il pericolo?

Il pericolo, a mio parere, è che questi  51 ragazzi diventino proprio quello, solo un numero. Mentre la maggior parte di noi continua ad andare avanti con la propria vita, la vita di 51 famiglie si è interrotta in un momento ben preciso e non cammina più, e piange nella solitudine del vuoto che rimane dopo le belle parole delle istituzioni, dopo le prime pagine dei giornali e dopo gli abbracci di chi, in qualche modo, si sente vicino nelle lacrime.

Sicuramente non è giusto.

Oggi parliamo con Annarita Lo Mastro, madre del caporalmaggiore David Tobini, ucciso poco più di un anno fa (25 luglio 2011) in uno scontro a fuoco in Afghanistan, ai 27 anni.

David Tobini era la vittima numero 41.

Quando le chiedo per suo figlio, Annarita rimane senza parole e io non riesco ad immaginare quanto sia terribile perdere un figlio e dirgli addio, in un modo così brusco, ai 27 anni e sei mesi (come dice lei, in quanto l’ultima volta che l’ha visto aveva quella precisa età). . Non riesco ad immaginare cosa sarà per una madre sopravvivere ad un’esperienza del genere e, per questo motivo e pubblicamente vorrei manifestare innanzitutto la mia ammirazione per l’interezza e la fierezza mostrato fin dall’inizio per la signora Lo Mastro.

 

Intervista alla madre di David Tobini: per non dimenticare

 

-          Chi era David signora Lo Mastro? Com’era suo figlio?

Mi chiede di mio figlio? Non ho parole, non perché è mio figlio ma ci vorrebbe un’enciclopedia per parlare di David. Per descriverlo. Il suo sorriso, la sua allegria e la sua generosità erano le caratteristiche che lo rendevano così speciale.

Infatti nasce a luglio, mese di fuoco, forse per quel motivo era così solare. David cresce con me in quanto lo ebbi a 19 anni. Trasmisi a quel ragazzo il bello e cattivo che c’era in me. Per cattivo intendo un modo da fare sempre seguendo l’istinto e l’impulsività. Magari anche la generosità. Infatti, ad oggi ho qualche dubbio sul fatto che sia un bel tempo per la generosità.

Cresciamo, giochiamo, sorreggiamo insieme….David era un ragazzo a cui insegnai la vita un po’ presto forse. Studiava al liceo classico e, nel frattempo lavorava. Lavoravamo: facevamo i camerieri insieme alla sera.

Un po’ per le difficoltà che ho dovuto affrontare ma anche perché temevo la sua età adolescenziale e cercavo di tenerlo occupato. David spendeva i suoi soldini per i suoi lanci civili: prende il brevetto civile, poi FOLGORE.

 

David Tobini, con suo fratello Giorgio

-          Cosa significò per lei la decisione di David di far parte dell’Esercito?

Io non ricordo neanche un momento in cui non sono stata a suo fianco, a volte pur non condividendo.  Penso che i figli non sono nostri, vanno rispettati nelle loro scelte e ho dovuto rispettare anche l’Afghanistan.

Nel 2002 si arruola di leva a Trieste, Reggimento San Giusto e da li, io e suo fratello, mio figlio Giorgio, andavamo a trovarlo o veniva lui. Poi Folgore e si ripartiva per quei concorsi, ore di attesa notturne per le coincidenze….tutto per realizzarle il suo sogno di far parte delle Forze Armate.

Ma lui era un classico, la sua cultura cresceva. Anche se non fu mai andato all’Università, era molto intelligente. Adorava la psicologia, la filosofia, la storia e la Bibbia…..David leggeva la Bibbia!

Poi era sempre preoccupato per suo fratello minore. Luce dei suoi occhi. Ogni partenza afghana mi ripeteva. “Mamma, sistema Giorgio. Mamma qualunque cosa a me, tutto a Giorgio!

 

-          Poi, cosa è successo? Perché Afghanistan?

L’Afghanistan non era previsto. Una volta vinto il concorso: Folgore, Pistoia (David era in forza al 183° reggimento paracadutisti ‘Nembo’ di Pistoia) e…..Afghanistan. Non era previsto ma nonostante, David partiva sempre con un sorriso, cercando di sdrammatizzare la situazione.

Scelta!!!  AFGHANISTAN? Non so se chiamarla scelta….. Chi realmente saprebbe e potrebbe dire la verità oggi non c’è più. Ma su queste scelte io nutro grossi dubbi! Penso che quando questi ragazzi prendono la decisiones di far parte del Folgore conoscono che esiste questa possibilità ma non ci pensano, non credo che sia una decisione volontaria nè voluta. L’AFGHANISTAN NON è UNA SCELTA.

Resta comunque il fatto, CHAPEU, a lui e a tutti i nostri ragazzi caduti in quell’inferno.

E sa perché Jèssica? Perché l’unica  cosa certa che hanno è una partenza. Sanno partire pensando di non tornare e glielo garantisco! sanno che vanno ma non sanno che trovano! a volte è tardi x tornare indietro…………… e mio figlio non tornò…….

 

-          Com’è successo?

L’unica cosa che mi è stata riferita è: “In combattimento”.

Un imboscata…. presumo io conoscendo mio figlio, il suo esporsi per la sua generosità d’animo…ma questo lo presumono le mie sensazioni e la conoscenza profonda di quel figlio che ho, che avevo.

Sapere la verità è una missione quasi impossibile, a noi che hanno ucciso i figli non resta che “pregare” per chi ne è responsabile!!!!

 

-          Quale è stata la risposta della Difesa nei suoi confronti?

Devo dire, e questo non posso negarlo, che è stata l’unica istituzione che ha risposto concretamente.  Poco o tanto ha risposto! Per quanto riguarda le istituzioni civili invece, ho constatato personalmente l’assenza. È stata una presenza obbligata quel  giorno, che ne avrei fatto volentieri a meno! tante e solo belle parole!

 

-          Poche settimane fa è stata creata l’associazione “Caduti di Guerra in Tempo di Pace”, della quale fanno parte familiari e amici dei militari italiani uccisi in Afghanistan. Cosa può dirmi di quest’organizzazione?

“Caduti di Guerra in Tempo di Pace”, nasce in primis,  per condividere questo atroce dolore  tra noi familiari di questi ragazzi caduti. Le parlo di funerali di stato, presenza delle istituzioni e ritorno alla solitudine. Siamo lasciati soli ad affrontare quei meccanismi burocratici di una legge non sempre impeccabile!

L’associazione ha lo scopo di non lasciare solo nessuno e ad offrire consulenze legali e psicologiche! Poi, la nostra idea è anche quella di avviare una serie di iniziative culturali e attuali per non dimenticare. Poi bisogna sottolineare che non escludiamo nessuna vittima (non solo caduti in Afghanistan).

Siamo con i piedi per terra. Non vendiamo false speranze o illusioni, non possiamo entrare in obiettivi troppo alti in quanto siamo consapevoli che il ruolo strategico è in mano alla politica internazionale!  Ma i nostri pensieri sono rivolti ad impedire o tamponare questa emorragia di vite umane. Saremmo vicini ai piani bassi, cercando di coinvolgere quelli alti. Vogliamo gridare che quando la vita di questi, nostri ragazzi, si ferma….si ferma anche la nostra, quella di tutte le famiglie che devono lottare ogni giorno, ogni minuto e ogni secondo contro l’assenza.

Annarita Lo Mastro: dolore e orgoglio

“Nessuno va dimenticato”, queste sono le determinate parole della signora Lo Mastro quando parla dell’associazione. “I famigliari dobbiamo farci compagnia standosi vicino. Poi bisogna, secondo afferma, spiegare alla gente comune com’è esattamente la realtà dei soldati che vanno in missione. “Penso che l’idea che ha la società su queste situazioni è molto lontana della realtà”.

 

“Soprattutto vogliamo essere un supporto per chi resta”

 

Jéssica Parra

 

 

 

Share and Enjoy