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Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa?

18 luglio 2013 inviato da Staff
Afghanistan. Ma Torneremo Mai A Casa? 3.17/5 (63.33%) 6 Vota questo articolos

 

Fa certamente meno clamore adesso di qualche anno fa. Per questo se ne parla poco, non fa più notizia. Ma in Afghanistan i nostri militari continuano a operare. E anche a rimanere feriti. Le morti invece, quelle sì, rimangono la notizia di quel solo disgraziato giorno.  Come quella del capitano Giuseppe La Rosa, ucciso a Farah in Afghanistan poche settimane fa.

 

Proprio sulla morte del capitano, durante un’interrogazione alla camera il ministro Mario Mauro ha sottolineato come  non sia possibile “azzerare completamente i rischi per i nostri militari, nonostante la validità delle procedure operative seguite e degli equipaggiamenti utilizzati“… Come a dire sono rischi imprevedibili del mestiere di soldato nelle sue missioni internazionali.

 

militari-italiani-afghanistan

 

E ancora in seguito ad una esplosione pochi giorni fa, mentre era di pattuglia ad alcuni chilometri da Bala Boluk,  alle 14.15 locali (le 11.45 italiane) lungo la strada n.517, nella provincia di Farah, un militare italiano è rimasto lievemente ferito al volto.

 

Dall’inizio di questo 2013 le vittime in Afghanistan sono cresciute del 24%, e un terzo dei caduti è stato ucciso per mano di forze anti-governative. L’unico dato positivo in questo massacro è che secondo fonti ufficiale delle Nazioni Unite, i talebani hanno aperto le porte a un dialogo con l’amministrazione in carica.

 

Sarà forse anche sull’onda di questa dichiarazione di intenti che il neo governo Letta, sebbene abbia sottolineato la progressiva risoluzione dell’organico italiano, che oggi tocca le 3100 unità con un ulteriore flessione dei prossimi mesi, ha anche confermato la volontà di proseguire la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, concludendola secondo i tempi stabiliti nel 2014.

Quello che secondo il ministro degli esteri frena un ritiro anticipato delle nostre truppe dal territorio afghano verte su due binari imprescindibili: ”in primo luogo la necessità di non mettere a rischio la sicurezza dello stesso contingente, in una fase particolarmente delicata quale è sempre quella del ripiegamento, procedendo con il ritiro accelerato delle componenti operative. In secondo luogo l’indisponibilità sia di sufficienti vie di comunicazione nella regione, sia di vettori aerei, navali, terrestri per la concomitante richiesta di tutti i Paesi della coalizione internazionale”.

 

Questo significa principalmente che il passaggio di consegna tra le il contingente internazionali e le forze governative non è ancora concluso e fino alla fine di questo processo di transizione l’Italia non abbandonerà il paese.

Non solo. Ma anche dopo il 2014 è intenzione del governo italiano proseguire con l’impegno in Afghanistan in termini di assistenza e addestramento alle forze afghane con la nuova missione che si chiamerà Resolute Support.

 

Ora se questa sia una bella o una brutta notizia lo lasciamo decidere a voi lettori. Il pensiero che questa missione di guerra travestita di pace abbia una fine ancora incerta, turba i sonni di molti italiani. Sia qui che lì. Sia per coloro che la vedono come un lavoro, pericoloso, senza certezza, ma pur sempre un lavoro. Sia per coloro che la vivono come un inutile impiccio internazionale dal quale non usciremo mai.

 

 

Fonte: repubblica / ilmessaggero / nocensura /articolotre

 

 

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Gli Italiani per l’Afghanistan. Un anno dopo

18 giugno 2013 inviato da Staff
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alpozzi uno

Chi ci racconta la solita storiella dei nostri militari che vanno in missione solo per denaro non ha vissuto come me in prima persona il teatro operativo afghano e soprattutto non ha avuto modo di conoscere i ragazzi che laggiù vi operano distanti da casa per 6 mesi.

 

Le missioni operative all’estero, nelle zone di guerra, non sono solo fatte di scontri a fuoco, sacrifici e polvere, molta polvere, ma sono fatte soprattutto da uomini e donne, esseri umani, nel caso specifico da “italiani”.

 

Più di un anno fa quando andai per la prima in Afghanistan lavorai a stretto contatto con diversi ragazzi e realizzai diverse immagini che li ritraevano impegnati in attività operative per contrastare gli insurgents, i talebani, oppure impegnati nella sicurezza dei cantieri di ricostruzione e aiuti alla popolazione e tra le varie immagini, uno scatto estemporaneo, che a distanza di più di un anno continua a tornare è quello del marò Ciro Patronelli (nell’immagine), commosso in ginocchio, vicino ad un bimbo afghano all’interno del carcere femminile di Herat.

Lì per lì era una delle tante immagini che avevo realizzato. Quando gliela regalai per ricordo non potevo sapere ciò che questa foto avrebbe generato nel tempo.

 

alpozzi dueIl mio lavoro in Afghanistan nel mentre terminò, rientrai in Italia alla mia vita quotidiana, mentre Ciro era ancora laggiù, per qualche mese, insieme a tutti i suoi colleghi per concludere i 6 mesi di missione.

Al suo ritorno mi contattò per ringraziarmi di quella immagine e per farmi sapere che stava organizzando un evento di beneficienza a Brindisi, “L’Italia per l’Afghanistan”, nel quale mi voleva coinvolgere per raccogliere fondi per i bimbi dell’orfanotrofio di Herat.

 

Senza esitazioni diedi la mia piena disponibilità e ad aprile mi trovavo ospite a casa di Ciro a Brindisi, “scortato” in giro per la città da lui o dai suoi colleghi, gli stessi “angeli custodi” che si occuparano della mia sicurezza in Afghanistan.

 

L’evento fu un successo che coivolse artisti, cantanti, cabarettisti, danzatori e scuole. L’ex cinema Eden di Brindisi era pieno ed io insieme alla collega Carlotta Ricci raccontammo l’Afghanistan dei nostri ragazzi per far apprezzare l’impegno e la dedizione che ci mettono nello svolgere il loro lavoro al di là di ogni questione politica.

 

I soldi raccolti vennero inviati a Herat tramite un suo collega, Davide Leone, sempre del Battaglione San Marco, che lo aveva sostituito in missione e finalmente dopo mesi ho potuto vedere l’esito positivo della raccolta.

 

Chi sono i nostri militari all’estero

 

Perchè vi racconto tutto questo? Perchè ho voluto condividerlo con voi?

 

Perchè questi sono i nostri ragazzi, perchè questi sono i nostri migliori ambasciatori all’estero: sono uomini e donne che non riescono a non farsi coivolgere emotivamente da quanto vivono senza poter intervenire anche privatamente nel cercare di poter portare un aiuto a chi è meno fortunato di noi pur vivendo a migliaia di chilomentri da casa, perchè “fare del bene non ha colore politico ne bandiera” e la vera missione dei nostri ragazzi è una missione morale prima che militare.

 

alpozzi quattro

 

 

 

Ricordiamoci dunque, prima di parlare, i sacrifici che attualmente tutti i nostri militari stanno compiendo distanti da casa e tutto quanto seguitano a costruire in silenzio anche quando ritornano.

 

Ecco perchè ho voluto raccontarvi questa storia: perchè l’eco mediatico pone sempre, tristemente, l’accento sul dolore, sui caduti e sulla distruzione ma dimentica il bene che viene fatto in silenzio, perchè le notizie dovrebbero essere la costruzione e non la distruzione.

 

 

Di Alberto Alpozzi Fotoreporter

 

 

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Esercito Italiano: Ancora morte in Afghanistan

10 giugno 2013 inviato da Staff
Esercito Italiano: Ancora morte in Afghanistan 4.40/5 (88.00%) 5 Vota questo articolos

giuseppe la rosaStamattina è arrivato in Italia il feretro del militare, Giuseppe La Rosa, ucciso due giorni fa in Afghanistan. Familiari ed autorità attendevano la salma all’aeroporto di Ciampino. La camera ardente al Celio e i funerali sono previsti alle 18.00 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Roma.

Il soldato dell’Esercito Italiano, Giuseppe La Rosa, di 31 anni e capitano del Terzo Bersaglieri, è rimasto ucciso questo week end in Afghanistan quando il Lince, sul quale viaggiava è stato colpito da un esplosivo vicino a Farah.

Altri tre italiani sono stati colpiti dall’ordigno, uno dei quali si trova in stato grave, anche se nessuno di loro è in pericolo di vita, secondo hanno assicurato fonti della Difesa.

Cos’è successo?

L’attentato è accaduto alle ore 7 italiane, di sabato 8 giugno, quando un bambino, secondo i talebani che hanno rivendicato l’omicidio, ha lanciato una bomba a mano all’interno del veicolo blindato. I terroristi hanno parlato di “azione compiuta da un coraggioso, eroico ragazzino afghano di 11 anni che ha lanciato la granata”.

Le autorità italiane però, hanno smentito la notizia e parlano di un attacco da parte di “elementi ostili”, uno dei quali “ha lanciato un ordigno all’interno del primo dei tre mezzi italiani”.

Giuseppe La Rosa: Onore

Il capitano del Terzo Bersaglieri, è la 53esima vittima italiana uccisa in Afghanistan dall’inizio della missione, nel 2004. Nato nel 1982, a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), celibe e abitante a Casamassima (Bari). Era la sua seconda missione in Afghanistan, e in precedenza altre tre nei Balcani, La Rosa si era laureato a marzo in Scienze politiche all’Università di Torino.

 

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di Alberto AlpozziFotogiornalista Torino

Ieri allo stand della Difesa è stata presentata la fiaba “Il mago delle lacrime”, il primo progetto editoriale dell’associazione “L’altra metà della divisa” che descrive  il distacco di un bambino dal padre che parte in missione e l’orgoglio ed i sentimenti di chi resta ad aspettarlo a casa: “una fiaba dai toni significativi e toccanti che pone in luce il valore di ciascun Militare, in primis uomo e sovente padre di famiglia, e offre un doveroso riconoscimento al costante sacrificio, al raro coraggio e all’infinito amore con i quali ogni famiglia, figli compresi, affronta le numerose sfide legate al quotidiano, giorno dopo giorno, missione dopo missione”.

 

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Una Fiaba Per Volare da Te

L’iniziativa fa parte della collanaUna fiaba per volare da te, realizzata da Grazia Mentil dell’associazione L’altra metà della Divisa, con il supporto dell’Ufficio Comunicazione dello Stato Maggiore della Difesa.

L’associazione è nata un anno fa dall’idea di un gruppo di familiari di militari di Grottaglie, con l’obiettivo di fornire un sostegno concreto alle famiglie dei militari impiegati in missione.

il-mago-delle-lacrime_l'altra-metà-della-divisa_salone-libro-torino“Le storie, in qualunque modo vengono raccontate, hanno la capacità di illustrare tutto ciò che sta intorno al mondo militare e possono sfatare quei luoghi comuni che portano ad  interpretazioni errate” hanno sottolineato le rappresentanti dell’associazione Deborah Croci, Maria Chiara Santoro ed Elena Narciso intervenute per l’occasione al Salone del Libro di Torino.

 

Al termine della video-narrazione della fiaba sono stati effettuati due collegamenti:

- il primo con la nave d’assalto anfibio “San Marco” della Marina Militare, attualmente impegnata nell’operazione NATO “Ocean Shield” nell’Oceano Indiano e nel Corno d’Africa, nel corso del quale alcuni membri dell’equipaggio di bordo hanno illustrato al numeroso pubblico presente allo stand la propria esperienza di genitore e consorte in missione;

- il secondo collegamento è stato effettuato con il contingente italiano di RC-West con sede ad Herat, in Afghanistan, attualmente sotto comando della Brigata Alpina Julia. Anche in questa occasione tante le testimonianze presentate sull’importanza della famiglia.

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Inizia il ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan. Entro la fine del 2014, tutti i soldati italiani in missione in territorio afghano torneranno a casa, con la fine della missione Isaf. Secondo ha dichiarato il ministero della difesa, dopo l’annuncio da parte del Movimento 5 stelle, di una mozione per sollecitare il ritiro italiano.

 

Foto: Alberto Alpozzi

Ritiro dall’Afghanistan: Il Percorso

 

L’iter del ritiro è stato concertato con le altre forze militari alleate, e potrà essere modificato “in base all’evolversi della situazione sul territorio” e “alla capacità delle forze afgane di riprendere il controllo di tutte le aree”. Per il momento, il ministro di difesa, Gianpaolo Di Paola, ha affermato che durante quest’anno è prevista una riduzione del 25 % approssimativamente, mentre il restante 75 % lascerà il Paese afghano l’anno prossimo.

Anche se è stato richiesto da parte della società civile e da altre forze politiche, il ritiro immediato dei soldati italiani dall’Afghanistan è difficile, soprattutto per motivi tecnici. Il disimpiego procederà sicuramente come previsto dal ministero, in modo che entro la fine del 2014 l’intero territorio sarà nelle mani delle forze di sicurezza afgane.

Dopo il 2014 è prevista una fase di consulenza e addestramento dei soldati afghani, ma a decidere sul contributo italiano in questa missione di consulenza, sarà il nuovo governo.

 

Fonte: AGI

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Croce d’Argento al Valore per il primo caporalmaggiore Luca Barisonzi

 

Foto: ecodibergamo.it

L’Esercito Italiano ha conferito la Croce d’argento al Valore dell’Esercito al primo caporalmaggiore Luca Barisonzi, ferito in Afghanistan il 18 gennaio 2011.

 

Luca Barisonzi: Un Eroe

 

Barisonzi, 20 anni, caporalmaggiore dell’8° Reggimento degli alpini, è rimasto ferito gravemente in Afghanistan nell’attentato in cui è morto il commilitone sardo Luca Sanna. Da quel momento Barisonzi va in sedia di rotelle, in quanto fu ferito al collo e al torace. Luca fu colpito da un terrorista infiltrato nella basa avanzata Highlandeer al confine tra Afghanistan e Turkmenistan

Barisonzi, mantenuto in servizio nel ruolo d’onore, è stato inoltre promosso a primo maresciallo, grado apicale della categoria sottufficiali.

Il conferimento della Croce d’argento al valore è avvenuto a Udine, nel corso della cerimonio di saluto ai militari della Brigata Alpina “Julia” in partenza per la terza missione in Afghanistan.

 

 

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In diverse occasioni ho avuto l’opportunità di parlare con Alberto Alpozzi, autore di Diario Afghano, fotoreporter di guerra e possibilmente probabilmente una delle persone più sensibili che conosco ai problemi altrui. Infatti, in questo spazio abbiamo già pubblicato alcuni articoli che parlano di lui e del suo lavoro.

Ma non si tratta soltanto di prendere una fotocamera, partire da casa per andare in Afghanistan e scattare qualche flash, come se niente fosse….Non è così. Per Alberto, tutte le volte, tutti i viaggi, sono una rinascita, un modo di rielaborare di nuovo tutta la scala di priorità e di rendersi conto di quando siamo fortunati. Ma non solo. Ogni viaggio, come  racconta lui stesso a Diario Afghano, è una conferma dell’importante lavoro dei nostri soldati in missione all’estero. “Forse non è neppure una valigia quella che stai preparando. E’ un pezzo di te, delle tua vita, che devi portarti dietro. Non devi dimenticare quelle piccole cose che ti rappresentano, che ti danno un’identità. Quando parti per certi viaggi è come mettere la tua vita in stand-by”.

 

 

Che senso ha per lui questo lavoro di fotoreporter di guerra?

 

Innanzitutto, non è semplicemente un lavoro. Diciamo che un impiego come quello che lui ha, non gli permetterà mai di diventare ricco. Ma c’è molto di più dietro: ci sono soddisfazioni che probabilmente nessuno di noi riuscirebbe mai ad immaginare. “Essere gli occhi e il cuore di tutti coloro che non possono vedere e toccare con mano certe realtà. Non è facile mettere in una immagine tutte le nostre emozioni, le nostre paure, i nostri desideri. Una, due, mille fotocamere non sono nulla se dentro di noi non abbiamo qualcosa da comunicare”.

 

Alberto né ha tante di cose da comunicare. Uno dei motivo è sicuramente l’amore per il proprio lavoro. Si sente orgoglioso di quello che fa e di quello che i nostri militari rappresentano lì dove sono. Come lavorano, come difendono la nostra patria, come aiutano popoli che non hanno davvero niente…..alcune immagini, come avrete visto anche voi, sono piene di tenerezza ma soprattutto di messaggi di solidarietà e di professionalità. Di valori e idee che valgono la pena. Di sacrifici di giovani lontani da casa, dai loro cari. “Non è una partenza. E’ un distacco. Una cesura. Fai i conti con quello che sei veramente, con quello che temporaneamente stai abbondonando e con quello che veramente ti racconta il nostro mondo fatto da innumerevoli capricci”.

 

“Siamo nella Fob Tobruk, Bala Boluk, provincia di Farah, Afghanistan. Migliaia di chilometri dall’Italia. Anni luce dalla nostra incantata quotidianità. Benvenuti nell’ultimo avamposto italiano in Afghanistan. 180 Ragazzi! When ever you are – Here you are a family recita un cartello in inglese e arabo”.

 

Alberto ci spiega nel suo Diario Afghano come questo tipo di viaggi, che non sono una vacanza né un divertimento, obbligano ad una lotta interiore. “Ti fanno scontrare con i tuoi stessi pensieri: che significato ha tutto ciò in un luogo dove il tempo e lo spazio sono alterati? Laggiù tutti i giorni è lunedì. Lunedì fra la sabbia e i pericoli”.

 

 

 

Tutti i giorni è lunedì

 

La differenza fra quello che vediamo noi, qui nel mondo dei capricci, come dice Alberto e quello che si vede in Afghanistan deve essere abissale. Non solo il panorama, che se sereno, deve essere bellissimo, ma anche il modo di vivere ogni giorno, le domande riguardo cosa succederà domani: “un qualcosa di difficilmente descrivibile non per quello che stai vivendo in quel preciso istante ma per i presupposti di quello che, con tutte le incognite del caso, andrai a scoprire nei giorni a seguire”.

 

L’Afghanistan è sicuro? Questo non lo sappiamo. Speriamo di si perché i nostri ragazzi saranno li fino al 2014. Come dice Alberto, il loro futuro è nelle mani degli afghani. Forse è vero che come alcuni di loro dicono, alcuni dei nostri soldati dicono,  “la vera missione è ritornare. Tornare e vedere quello che hai costruito, vedere i progressi, questo mi fa sentire parte di qualcosa”.

 

Si, anch’io sono orgogliosa dei nostri soldati in missione all’estero e ringrazio Alberto Alpozzi per farmi vedere un pezzetto di quello che fanno con occhi diversi da quelli dei politici e della stampa. Un punto di vista più umano ci vuole, non solo per noi cittadini, ma soprattutto per i familiari dei propri soldati che devono vivere per dei mesi con questo peso: grazie alle immagini di Alpozzi, il peso è più leggero.

 

Foto: Alberto Alpozzi.

 

Jèssica Parra

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A. Alpozzi RTC Herat, Afghanistan -dic.2011-

 

Alberto Alpozzi, di Torino,  è fotografo professionista da più di 10 anni, specializzato in fotogiornalismo. Un anno fa, a dicembre 2011, ha deciso d’iniziare un nuovo percorso professionale come reporter di guerra. Nello specifico, nei tre teatri operativi in conflitto in cui sono impegnati militari dell’Esercito Italiano. L’anno scorso, a Natale, era a Herat in Afghanistan come fotografo embedded per documentare la missione Isaf nel distretto Rc-West. Ma non solo. L’estate scorso è stato in Kosovo per documentare il lavoro di peacekeeping tra serbi e albanesi. E successivamente, è stato nel Libano dove soldati italiani realizzano una missione di ricostruzione in seno alla Unifil.

Non era la prima volta che Alpozzi collaborava con l’Esercito Italiano per questioni di formazione o documentazione grafica di determinati eventi. Nel 2010 ha fatto parte della troupe tedesca della Bilderfest, unico italiano, per la realizzazione del documentario “Ustica – Tragedia nei cieli” andato in onda sul LA7 e History Channel per i 30 anni della strage di Ustica.

Alpozzi ha iniziato questo nuovo percorso per capire in prima persona cosa significa essere lontano da casa, soprattutto in momenti importanti e familiari come il Natale. Assicura che il suo lavoro gli piace davvero tanto, e uno dei motivi è proprio documentare il compito che i nostri militari realizzano all’estero e che, molto spesso, non è conosciuto da parte degli italiani. Forse per il modo in cui i media raccontano le notizie. Infatti, sono pochi gli italiani che sono consapevoli davvero di come trascorre la giornata un soldato italiano in missione all’estero.

L’obiettivo principale di Alberto Alpozzi è dunque mostrare al mondo quella parte del lavoro all’estero dei nostri soldati che nessuno ci ha mai spiegato. Non si tratta di portare la guerra a casa delle persone, “per fortuna non tutti vivono la guerra. La guerra è brutta”. Ma secondo Alpozzi, “tutti dovrebbero sapere quali sono le condizioni in cui lavorano e vivono i ragazzi impegnati in missioni internazionali. I nostri soldati”.

Il giovane fotoreporter sottolinea il fatto che spesso viene dimenticato che i militari, non sono solo soldati, ma sono italiani e sono persone: padri, figli, mariti, fidanzati, … In questo senso, aggiunge che “i soldati sono il nostro specchio davanti al mondo. Nei paesi dove sono in missione, l’immagine che i cittadini del posto hanno di noi italiani è quella che loro, i nostri soldati, trasmettono. Sono i nostri migliori ambasciatori. Dimenticare questo è un errore”.

 

In un momento di tagli, crisi economica e risparmi, la considerazione che gli italiani in generale hanno sulle forze armate è, almeno, dubitosa. Molti magari pensano che non sono una priorità oppure che gli investimenti in armamenti non sono necessari. Riguardo a questa questione, Alpozzi sostiene che la considerazione che gli italiani hanno dell’Esercito e delle Forze Armate varia da persona a persona. Questo è dovuto al fatto che “in Italia ci sono molte ideologie diverse che arrivano anche dalla seconda guerra mondiale o dai partigiani – afferma Alpozzi- l’Italia vive ancora di queste ideologie che ovviamente influiscono l’opinione su certe istituzioni che abbiamo adesso. A seconda con chi parli l’opinione sull’esercito è una, oppure un’altra molto diversa”.

In questo senso, egli considera che il nostro è un paese che tende a disunire in generale. “Non abbiamo mai lavorato per dare un’immagine di unione a livello internazionale, di fortezza o di essere un paese consolidato in quanto ai valori” e purtroppo, aggiunge, questo non offre una buon’immagine di noi. All’estero, afferma, nelle missioni di pace in cui sono impegnati i nostri ragazzi, ho trovato quello spirito di unione che, secondo me, manca in Italia. In ogni caso, lamenta, il supporto al lavoro dei militari italiani impegnati all’estero dovrebbe essere una priorità indipendentemente da dove si trovano: se nel Libano o in Kosovo, oppure in Afghanistan. “A me non interessa dove sono. Questa non è una loro scelta e non lo è neanche mia. A me interessa il lavoro che fanno, come lo fanno e in quali condizioni. Questo voglio catturare con la mia macchina fotografica e mostrarlo al mondo”.

 

Missioni militari all’estero

 

Alpozzi non rivela la propria opinione riguardo la partecipazione dell’esercito italiano in missioni all’estero e reitera quello che per lui è una priorità. “Considero che i cittadini possono manifestarsi PRO o CONTRO l’intervento all’estero o le missioni all’estero, ma la morale e la dignità dei nostri soldati va rispettata”. In questo modo, i soldati italiani hanno deciso di fare parte dell’esercito italiano indipendentemente dalla decisione di intervenire in territorio straniero oppure no. Stanno facendo il loro lavoro e come lavoratori, vanno rispettati. “Come dicevo prima sono i nostri migliori ambasciatori, loro sono il nostro specchio e io ne vado fiero”.

A questo punto bisognerebbe forse ricordare che l’Italia fa parte di trattati e di organizzazioni internazionali come la NATO o l’ONU e, per tanto, “non possiamo restare fuori a guardare quando ci fa comodo”.

Il giovane fotoreporter spiega che questa è soltanto la sua opinione. “Non parlo con assolutismi, ma parlo di quello che ho visto e che ho vissuto io personalmente. Ho visto molte immagini, non mi hanno raccontato niente e io, parlo su quello che ho visto. Niente di più”.

 

Come vivono i soldati impegnati in missioni all’estero

 

Alpozzi ci racconta che i soldati stanno bene. E’ stata una loro scelta e come tale la vivono e la vedono. Per loro non è un obbligo né niente di pesante. Inoltre, si tratta di personale volontario e molto preparato per questo tipo di missioni. Sanno bene quello che fanno e conoscono i rischi che devono vivere.

Ad esempio, una giornata tipo dei ragazzi potrebbe essere la colazione in mensa, seguita da un briefing per illustrare le operazioni della giornata. Poi si parte, con i mezzi giusti, verso il punto determinato dove si svolgono le missioni. Lo stesso si ripete al pomeriggio, e anche alla notte, “perché il lavoro dei nostri militari non conosce soste, nemmeno il sabato e la domenica”.

La parte peggiore è forse per i loro familiari. Per le persone che gli vogliono bene e che rimangono a casa, in attesa, senza tante notizie come vorrebbero. Per le mamme, le fidanzate, i fratelli, le mogli….per quelli che guardano il calendario tutti i giorni e mettono una croce e che riservano un appuntamento ogni 4 ore con il telegiornale. “La distanza fa male a tutti, dice Alpozzi, e il dolore per la distanza aumenta considerando che questi ragazzi rischiano tutti i giorni la propria vita”.

E a questo punto diventa molto importante il lavoro svolto da Alberto Alpozzi. Tramite le sue immagini, molti familiari di soldati in missione all’estero riescono a capire dove si trovano esattamente i loro cari, qual è il lavoro che stanno facendo e come si trovano. “Questa è sicuramente la parte più bella del mio lavoro”.

Alpozzi riconosce che come tutti, lavora perché ha bisogno di soldi ed è impossibile negare questo. Bisogna pagare un mutuo, le bollette, bisogna mangiare, ecc…. Allo stesso tempo però dichiara di essere consapevole del fatto che il suo lavoro, a livello remunerativo, è messo abbastanza male. Invece, si sente soddisfatto e ripagato.  “ Vedere come è importante una singola immagine per una fidanzata, per una madre, per una moglie….alcune volte mi ringraziano per averli permesso di guardare le stesse immagini , lo stesso cielo, lo stesso orizzonte che vedono i suoi figli, fidanzati o mariti in missione”. E questo, afferma, non ha prezzo.

A. Alpozzi. Shindand, Afghanistan - dic.2011-

Del suo lavoro, Alpozzi sottolinea la possibilità di mettere in comunicazione persone che si vogliono tanto bene e si trovano a migliaia di kilometri di distanza. “Questo per me è molto importante. Do la possibilità ai familiari che sono qui di vedere come i loro figli lavorano, sorridono, sono felici e, in definitiva, fanno quello che vogliono fare”.

Attualmente, Alpozzi si trova di nuovo in Afghanistan, è partito qualche giorno fa per una nuova missione e un nuovo progetto: documentare alcune attività che finora non ha mai visto in un teatro molto impegnativo. Ha tutto il supporto e la protezione del Ministero della Difesa per poter realizzare questo nuovo reportage ma, alla domanda: “hai paura”, risponde che non ci pensa mai. “Si. Chi non avrebbe paura? Perché dire di no?”.

Una mostra, anche questa, della parte più umana delle missioni all’estero. Ha paura Alpozzi come ce l’hanno i soldati che svolgono il loro lavoro e come ce l’avrei anch’io.

“La guerra ti cambia la vita”, afferma Alpozzi, il quale ha visto immagini che riescono a modificare la propria visione del mondo. “La quotidianità sembra molto diversa tutte le volte che rientro da una missione”.

Sono molti innocenti a pagare il prezzo più elevato, ricorda Alpozzi, “a nessuno piace la guerra ma continuammo a farla e per chè?

Perché ci sono molti interessi in gioco: dal petrolio, ai soldi o alla droga.

L’ultimo messaggio di Alpozzi è sicuramente un invito alla riflessione su quanto siamo fortunati, come paese e come generazione. “Abbiamo servizi e prestazioni che diamo per scontate ma che, invece, in altri paesi non sognano neanche che possano esistere”. Parliamo di acqua, luce, servizi igienici,….per noi è normale.

Forse ha ragione Alpozzi e bisognerebbe, da parte di tutti, guardare (e non solo vedere) quello che abbiamo invece di continuare sempre a lamentarci di quello che ci manca.  Te cosa ne pensi?

 

Jèssica Parra

 

 

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Militari In Missione: La Parte Umana

16 novembre 2012 inviato da Staff
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Militari in missione: Quando si parla di militari italiani in missione all’estero non è giusto parlare di lavoro. Un lavoro è una giornata in ufficio che finisce alle 18.00, ore piene di pazienza in un negozio per cercare di accontentare consumatori pesanti, tempo di duro lavoro nel campo o guidando un camion, ecc… questo è un lavoro. Essere un militare è un dovere.

Militari in missione: quanti in Italia?

Ad oggi ci sono approssimativamente 6.000 militari italiani impegnati in missione operative all’estero, militari in missione, (4200 in Afghanistan ISAF, 1200 in Kosovo KFOR e 1089 in Libano UNIFIL). Quello che fanno tutti i giorni non è soltanto una durissima prova per loro ma anche anche per le loro famiglie che restano a casa, in attesa, e consapevoli che ogni giorno è un regalo. Così come lo è anche un sms, una telefonata, una lettera, una foto, un sorriso….un “sto bene mamma”.
Alberto Alpozzi, fotogiornalista italiano, racconta la sua esperienza nelle visite a militari in missione. “Fare migliaia di chilometri viaggiando con i nostri militari per raggiungere le varie basi nelle quali sono dislocati è già di per sé una grande esperienza umana: leghi subito con ciascuno di loro, ti vedono come un tramite tra loro e casa; la necessità di parlare e di condividere emozioni ed esperienze è sempre fortissima e tu sai quanto sia importante per loro e per i loro cari”.

Militari in missione: la parte umana

Come spiega Alpozzi, si tratta di un “tutti siamo italiani” e “tutti abbiamo fiducia nel nostro paese”. Una fiducia che condividiamo.
Più che lo scopo informativo, difensivo o militare, esiste uno scopo umano. Quello di trasmettere calore ai militari in missione e notizie che permettano un accostamento a casa, anche psicologico.

 

militari in missione

 

 

Forse è vero che tutti abbiamo un lavoro che svolgiamo principalmente perché dobbiamo guadagnare soldi per mantenere noi e le nostre famiglie ma non tutti i lavori sono uguali. La testimonianza di Alpozzi mi ha fatto riflettere e mi sono un po’ infastidita per l’immagine che di solito trasmettono i mezzi sui nostri militari in missione: persone magari fredde, violente, addestrate per uccidere….non è così. Si tratta di persone, i militari in missione,  con un senso della responsabilità e un amore alla loro patria che nessuno di noi potremmo mai capire. Altrimenti, perché mai dovrebbero rischiare la vita?

 

E le loro famiglie? Le loro famiglie sono persone rispettose, affidabili e con una scala di valori squisita perché sanno davvero quali sono le cose importanti nella vita.

Con queste parole l’unica cosa che vorrei è segnalare e sottolineare il carattere umano dei nostri militari in missione nell’estero. I minuti che non passano in attesa che, anche oggi, non accada niente di grave.
Oltre i lavori armati, i militari in missione, realizzano missioni umanitarie, ciò significa dare un’opportunità alle persone che non ce l’hanno. No possiamo, né dobbiamo dimenticare questo.

Se li, dove sono, il sole non esiste, dobbiamo portarlo noi. 

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Afghanistan: Che senso ha restare fino al 2014?

30 ottobre 2012 inviato da Staff
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E’ arrivato il momento di tornare a casa. In Afghanistan abbiamo perso 52 soldati dal 2004, anno d’inizio dell’operazione Isaf, e non abbiamo ancora capito cosa ci facciamo lì quando la nostra presenza, secondo ha detto recentemente il presidente afghano Hamid Karzai, non è neanche tanto gradita. Ora basta.

Il ritiro ufficiale delle truppe della Nato, della quale fanno parte anche i soldati italiani, è fissato entro la fine del 2014. Una decisione che ha il supporto della maggior parte dei paesi interessati ma, in una riunione tra il presidente Karzai e il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, il 18 ottobre scorso, il rappresentante afghano ha detto che “sarebbe contento” se il ritiro avvenisse anche prima. Questo conferma sicuramente il fatto che la presenza militare degli alleati non sia considerata tanto popolare a Kabul.

In questo senso, Karzai ha dichiarato i propri dubbi rispetto alla protezione dei militari stranieri che, dopo il 2014, resteranno a Kabul. Infatti ha segnalato che questi militari, anche se sono li per continuare ad addestrare le truppe e assistere le forze afghane, potrebbero non godere dell’immunità penale garantita finora alle forze di Isaf. Il presidente afghano che “il popolo potrebbe impedire al governo di concedere l’immunità soprattutto se la guerra e l’insicurezza continueranno in Afghanistan, le frontiere non saranno protette e si pretende di porre la questione dell’immunità al di sopra di tutto”.

 

Immunità dei soldati della Nato

Si tratta d’immunità giudiziaria, prioritaria per l’Alleanza Atlantica, per la quale ogni reato compiuto da militari stranieri deve essere giudicato dal paese di nazionalità dei soldati e non dalla giustizia del paese dove sono impegnati.

 

Situazione a Kabul

Negli ultimi mesi, la situazione a Kabul è peggiorata e la sicurezza non è garantita per nessuno: abbiamo assistito ad episodi nei quali soldati statunitensi “impazziscono” e uccidono civili inermi per difendere i quali sono stati inviati in Afghanistan; militari afghani che sparano e uccidono i soldati di Isaf che li stanno addestrando; soldati che bruciano copie del Coran provocando manifestazioni violente in tutto il paese.  Che senso ha restare ancora?

 

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Non è la prima volta che il presidente afghano parla in questi termini sulla presenza di militari stranieri nel suo territorio in quanto la considera interferenza occidentale. Per me, queste parole e questo atteggiamento dicono tutto. Non siamo i benvenuti e, anche se è vero che ad oggi non esistono reparti afghani considerati in gradi di combattere, contro i talebani, senza il supporto delle truppe della Nato non è possibile che l’Esercito Italiano continui a lottare in questa missione.

Molti soldati afghani, dopo essere stati addestrati dai militari della Nato smettono l’uniforme: alcuni trovano lavoro in società private di sicurezza ma altri vanno dall’altra parte, ovvero finiscono per rinforzare le milizie degli insorti…..

Buffo, vero?

Noi li addestriamo e poi loro combattono contro di noi…..

 

Fonti: Il Sole 24 ore / Analisi Difesa / Ministero Difesa

 

 

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