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Avvocato G. Carta: “la vita dei cittadini in uniforme è costellata di ingiustizie”. 1.00/5 (20.00%) 2 Vota questo articolos

L’avvocato Giorgio Carta, è un punto di riferimento in Italia per quel che riguarda il diritto militare e la difesa dei diritti degli appartenenti alle Forze dell’Ordine. Ex carabiniere e autore di diversi articoli in materia giuridica, l’avvocato Carta ha rappresentato i casi più importanti in Italia in ambito di diritto di donne e uomini in uniforme. Un energico e perseverante difensore dei diritti umani, lavora da anni con l’unico obbiettivo: che la giustizia sia rispettata.

1. Cosa ha motivato la sua decisione di fare l’avvocato?

La decisone, come spesso accade nella vita, specie per le questioni importanti, ha colto di sorpresa anche me, visto che ero  partito con l’idea di fare il matematico, poi il commissario di polizia, il notaio, il magistrato ed infine ho fatto l’avvocato. È stata l’esperienza nell’Arma dei carabinieri, fatta come adempimento degli obblighi di leva, ad indurmi a ritenere che sarei stato più utile e più libero facendo l’avvocato.

2. Può spiegare brevemente ai nostri lettori di cosa si occupa?

Mi occupo ormai da diversi anni delle problematiche amministrative e penali di militari e forze dell’ordine. Vista la situazione gravissima in cui versa la cosiddetta giustizia militare, vivo la mia attività, oltre che come professione, soprattutto come una ragione di vita o una missione. Odio le ingiustizie ed i soprusi e, purtroppo, la vita dei cittadini in uniforme ne è fittamente costellata. Mi piace pensare che, se un giorno in Italia sarà migliorata la condizione di militari e forze dell’ordine, sarà stato un po’ anche merito mio. E se così non dovesse essere, voglio potermi dire di avercela messa tutta.

3.A cosa si riferisce quando afferma che la vita dei cittadini in uniforme è costellata di ingiustizie? In che senso?

Mi riferisco al fatto che, in Italia, militari e forze dell’ordine sono considerati a tutti gli effetti cittadini di serie B, nel senso che vengono loro negati i basilari diritti umani e democratici pacificamente riconosciuti agli altri lavoratori. Per farle comprendere la situazione, le cito esempi tratti dai casi più recenti di cui mi sto occupando. Proprio oggi ho ricevuto al mio studio un militare dell’aeronautica attualmente sottoposto a procedimento disciplinare di rigore e addirittura ad un processo penale militare, per essersi rifiutato di sottoporsi ad una vaccinazione che egli, dati alla mano, ritiene dannosa alla propria salute. Ora rischia addirittura il carcere  Un altro sopruso “di massa” è quello che concerne l’applicazione del nuovo articolo 33 della legge 104 del 1992, disposizione che consente al lavoratore di essere destinato nella sede di servizio più vicina a quella di un proprio congiunto disabile, bisognoso di assistenza. Benché sia pacifico che il legislatore abbia inteso rivolgere le novità introdotte a tutti i lavoratori, militari e forze dell’ordine vengono illegittimamente esclusi da detti benefici, In considerazione della specificità dei loro incarichi. È la certificazione, nero su bianco, dello stato di inferiorità giuridica e di sudditanza cui sono relegati i cittadini in uniforme. Ciò che è grave e che io non accetto è che tale assurda tesi sia avvallata dai giudici della quarta Sezione del Consiglio di Stato. Questa circostanza dimostra ciò che io vado sostenendo da anni e cioè che gran parte della responsabilità del malessere in cui vivono i militari è ascrivibile ai giudici amministrativi. Questi, infatti, dimostrano una singolare avversione all’idea di riconoscere ai militari i basilari diritti democratici. Pochi lo sanno, ma lo stesso Ministero della difesa ha riferito che, dati alla mano, vengono respinti il 95 per cento dei ricorsi intentati da i militari contro la propria amministrazione. Le pare normale una tale elevata percentuale di ricorsi respinti?

4. In alcuna occasione Lei ha dichiarato di essere contrario alle missioni di pace in Afghanistan, dove l’Esercito Italiano è presente dal 2001.

Non sono pregiudizialmente contrario alle missioni di pace, ma solo a quelle che in verità nascondono vere e proprie adesioni ad operazioni di guerra. L’articolo 11 della Costituzione stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Considerato che l’Afghanistan non ci ha mai dichiarato guerra nè ha invaso i nostri confini, la nostra presenza armata in tale territorio straniero viola la nostra Costituzione, oltrechè ovviamente il sacrosanto diritto delle popolazioni locali di ricacciarci oltre il confine. Per tale motivo, i nostri politici sono costretti a travestire da missioni di pace vere e proprie operazioni di guerra, dalle quali poi inevitabilmente scaturisce l’uccisione dei nostri militari. Ciò, peraltro, senza contare i morti che le nostre forze armate disseminano in territorio straniero, a nostra totale insaputa, così da continua a credere che andiamo lì a distribuire cioccolatini. L’ipocrisia di tale situazione si riflette anche sul piano terminologico, infatti siamo gli unici che qualificano terroristi gli iracheni o gli afghani che ci sparano addosso. Gli americani, quanto meno, hanno l’onestà intellettuale di parlare di “insurgents”, cioè, di combattenti che comprensibilmente e legittimamente si oppongono alla presenza di un esercito straniero in armi nel proprio territorio.

5. Lei ha parlato in una delle sue risposte di una vaccinazione “rischiosa per la salute”. Cosa mi può dire sull’uso dell’uranio impoverito? Si è mai occupato del caso di alcun militare ammalato? Pensa che è stata fatta giustizia con queste persone?  


Non basterebbero cento interviste per illustrare compiutamente la grave anomalia del sistema italiano della vaccinazione obbligatoria dei militari, specie in considerazione del fatto che l’articolo 32 della Costituzione stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Posso solo dirle che l’impatto sulla salute è oggetto di perplessità dello stesso Ministero della difesa, che infatti ha incaricato una commissione scientifica di verificare la tossicità dei trattamenti vaccinali somministrati ai militari. Ciò nondimeno, i vaccini dei cui effetti sulla salute si sa ancora troppo poco, vengono nel frattempo somministrati ai militari. Trovo che tutto ciò sia inaccettabile.
Anche il problema dell’esposizione all’uranio impoverito apre inquietanti scenari, soprattutto sul piano della preventiva consapevolezza dei rischi e, quindi, dell’evitabilità dei numerosi decessi verificatisi tra i militari. Va detto, però, che il risarcimento dei danni non è più un tabù come era invece nel recente passato, in quanto la giurisprudenza ha finalmente aperto un varco al muro di gomma inizialmente opposto dall’Amministrazione.

Ovviamente, mi sono occupato anche io di militari – tutti molto giovani – esposti all’uranio impoverito, che hanno dovuto poi rimuovere, chi in tempo e chi no, i tumori divampati nel loro corpo. Ciò che mi ha turbato nell’occuparmi di tali ragazzi è stata la loro paura di rappresentare il proprio stato di salute alla scala gerarchica, per non incorrere nel congedamento. Ciò in quanto, all’insaputa dei più, l’Italia invia nelle missioni all’estero (pure irachene ed afghane) anche i volontari in ferma prefissata, vale a dire, i precari in uniforme. Per questi militari, quindi, l’eventuale sopravvenuta inidoneità al servizio militare determina il congedamento, senza possibilità di transitare nei ruoli civili dell’amministrazione. Detto in altre parole, l’Italia utilizza in guerra (travestita da missione di pace, si intende) anche giovani precari che nemmeno hanno la certezza di un posto fisso e che, se si ammalano, nemmeno chiedono i dovuti risarcimenti per non rischiare di essere messi su una strada. Non trova terribile tutto questo?

6. Si, è terribile ma quello che mi preoccupa di più è, non solo la mancanza d’informazione riguardo ai rischi ma anche la paura che hanno ancora questi giovani ai superiori, a parlare dei loro problemi, a rifiutare trattamenti sanitari o missioni che hanno il diritto di rifiutare, ecc….. come si fa a lottare contro gerarchie così forti come quelle dell’esercito? 

Sinceramente, quella dei diritti dei militari, è una battaglia che si è tradizionalmente abituati a considerare impossibile, ma che invece è assolutamente alla portata degli interessati. L’ostacolo vero è la paura dei militari stessi di farsi rispettare. Per dirla in un altro modo, sono da sempre convinto che il malessere nelle forze armate è solo in parte determinato da generali cattivi e molto più spesso è invece cagionato dall’inclinazione degli interessati a subire soprusi senza protestare, per paura di subirne di ulteriori. Una spirale perversa e senza senso, che però si perpetua da generazioni.
Eppure i modi per farsi rispettare ci sono e non mancheranno di palesarsi presto. Il futuro, credo, va verso questa direzione per due ordini di fattori: innanzitutto, per merito delle donne, sempre più numerose nelle forze armate, che sono certamente più coraggiose  dei colleghi maschi e determinate a farsi rispettare dai superiori. In secondo luogo, le nuove generazioni di soldati sono mediamente più acculturate delle precedenti e più insofferenti alle prevaricazioni.

7. Come è possibile inviare il messaggio di “tolleranza zero”, come ha detto lei stesso, ai superiori? Immagino che è una strada lunga che deve partire della propria consapevolezza dei militari della necessità di farsi rispettare senza paure. 

Le faccio un esempio pratico: l’altro giorno ho personalmente assistito alla scena di un ufficiale dei carabinieri che ordinava ad un sottoposto di andare al bar e di acquistare qualcosa da mangiare per noi presenti. Un carabiniere vecchio stampo, seppur trattenendo la frustrazione ed il senso di rabbia per l’affronto, avrebbe senz’altro eseguito l’ordine. Invece, questo giovane militare ha risposto deciso: “non ci penso nemmeno” ed ha disatteso la richiesta. Il superiore, consapevole dell’estraneità al servizio del suo ordine, ha dovuto rimangiarsi la sortita senza nulla poter eccepire. Come vede, quindi, reagire è possibile e, in fondo, si tratta solo di riportare le relazioni gerarchiche a ciò che la legge prescrive. Tolleranza zero, invece, per ciò che esorbita dai veri obblighi di servizio.

Jèssica Parra

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