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In primo luogo mi auguro che non sia vero quanto afferma il Ministro nell’articolo “Forze Armate non usano uranio impoverito” (Esercito Italiano – il Blog) circa il fatto che “l’Italia non ha mai usato armi all’uranio impoverito”, perché ciò significherebbe che i carri armati da noi prodotti non sono stati testati per quanto riguarda la resistenza all’impatto nei riguardi delle armi all’uranio impoverito da cui possono venir colpiti. E ciò è assolutamente deprecabile per quanto riguarda la sicurezza del personale che opera all’interno dei carri armati. A tale personale si deve infatti assicurare la massima possibile protezione. Tale protezione può essere assicurata da rivestimenti (come corazzature e blindature) all’uranio impoverito. Speriamo quindi che il Ministro rettifichi questa versione dei fatti, anche perché desterebbe preoccupazione per la sicurezza del personale.

 

 

foto: rainews

In secondo luogo è importante conoscere l’efficacia delle misure di protezione personali (maschere, filtri, ecc.) nei riguardi della difesa dalle radiazioni e dal particolato dell’uranio impoverito e dei metalli pesanti (nanoparticelle e microparticelle), sempre al fine di assicurare la massima protezione possibile al personale (vi sono ad esempio forti perplessità sull’efficienza dei filtri. Tra l’altro una domanda spesso rivolta in passato che non ha mai trovato una risposta).
In terzo luogo il nostro personale non è esposto solo al fuoco delle PROPRIE armi che può presentare dei rischi (vedi ad esempio i missili anticarro Milan impiegati dal nostro personale – nei poligoni e nelle missioni all’estero) che causano emanazione di torio dai sistemi di guida.
Il nostro personale può trovarsi esposto a FUOCO AMICO, ad esempio al fuoco degli alleati Usa che già dall’epoca della Somalia (dove era presente il nostro personale) hanno impiegato i carri armati Abrams che sono dotati di armamento all’UI e hanno adottato dal 1993 rigorosissime misure di protezione, nonché continui e stringenti controlli sanitari.

 
Il nostro personale è stato esposto a FUOCO AMICO già dalla missione in Somalia, e successivamente in Bosnia dove sono stati lanciati 10800 proiettili all’U.I. e in Kosovo 31000 proiettili (a parte i missili da crociera). Il nostro personale è stato esposto ai rischi conseguenti, per di più, per il fatto che non era dotato delle necessarie misure di protezione personali che, invece, i reparti degli Stati Uniti avevano adottato già dal 1993.
In quarto luogo nei poligoni ad utilizzo internazionale (vedi ad esempio Salto di Quirra, Teulada, Nettuno, Dandolo) non possiamo avere la certezza che non vengano utilizzate armi all’U.I. anche perché gli stranieri che impiegano il poligono possono avvalersi di una semplice AUTOCERTIFICAZIONE (che quindi non implica ulteriori verifiche).

 
Inoltre non abbiamo potuto disporre in passato di strumenti per rilevare le radiazioni (deboli). Infatti, ad esempio in Bosnia, dove sono stati lanciati oltre 10 mila proiettili impoverito, non ci siamo accorti della presenza dell’uranio perché lo strumento utilizzato (Intensimetro RA 141 non era sufficientemente sensibile per rilevare le radiazioni (striscia esplorata: 10 cm!). E’ mancata quindi nei nostri poligoni la possibilità di rilevare la presenza di eventuali radiazioni.

 
Inoltre noi concediamo agli utilizzatori stranieri la possibilità di effettuare loro stessi le “bonifiche” e quindi se restano sul terreno dei proiettili inesplosi, vengono recuperati dai detti enti stranieri in queste “bonifiche” e noi non abbiamo la possibilità di ulteriori controlli.
Infine non abbiamo mai emanato alcun “bando internazionale” di specifico divieto dell’impiego di armi all’uranio impoverito, precludendoci così la possibilità di intervenire, anche in sede internazionale con adeguate sanzioni in caso di violazione del bando.

Falco Accame
Presidente Anavafaf

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