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Foto: la valle che resiste

Di nuovo un caso di malattia di militari che viene chiuso senza responsabili fisici. Parliamo della morte dell’ufficiale Giuseppe Calabrò e del sottufficiale Giovanni Baglivo, tutti e due a causa dell’amianto. Gli imputati sono stati assolti perché secondo il tribunale, “il fatto non sussiste”, ma mentre questo “fatto non sussiste”, non ci sono responsabili della morte di due ragazzi che hanno dato la vita per la patria. Inoltre, non verranno incrementate le misure di protezione per i nostri soldati.

Dal secondo dopoguerra fino ad oggi, secondo l’Osservatorio Regionale del Piemonte, sono almeno 335 i soldati deceduti per cause correlate con amianto. Infatti, la Procura di Torino sta raccogliendo tutti i casi. L’ ipotesi è che l’ amianto fosse (e in parte sia tuttora) nei mezzi corazzati e in altri strumenti di lavoro.

 

Soldati e amianto

Gli ammiragli Mario Bini e Filippo Ruggiero, ex capi di Stato maggiore della Forza armata; Elvio Melorio, Agostino Di Donna e Guido Cucciniello, ex direttori della Sanità Militare; Mario Porta, ex comandante in capo della squadra navale; Francesco Chianura e Lamberto Caporali, ex direttori generali di Navalcostarmi (quest’ultimo non imputabile perché deceduto), sono stati assolti delle imputazioni per omicidio colposo in un caso di morte per amianto.

 

Il Tribunale di Padova, il 20 giugno scorso, ha emesso la sentenza di primo grado n.648 / 12 nella quale considera che “il fatto non sussiste”. Per questo motivo, gli ammiragli sono stati assolti. Erano tutti imputati di omicidio colposo per la morte, causata dall’esposizione all’amianto sulle navi dove avevano prestato servizio, dell’ufficiale Giuseppe Calabrò e del sottufficiale Giovanni Baglivo.

 

Secondo la sentenza (qui completa), gli ammiragli non sono colpevoli in quanto non è stato dinmostrato “né il momento in cui la patologia tumorale sia insorta né se le esposizioni successive a quella di innesco abbiano avuto rilievo causale (…) il nesso causale, deve essere provato rigorosamente al di là di ogni ragionevole dubbio (…) tali ragioni, ispirate da criteri di ragionevolezza ed equità, inducono questo Giudice a pervenire ad una declamatoria di assoluzione perché il fatto non sussiste per tutti gli odierni imputati”.

 

Il tribunale considera necessario mantenere le distanze tra il lato umano del caso, ovvero la morte di lavoratori che svolgono la loro mansione, e il lato della responsabilità penale per quelle morti. “Si comprende che una così dolorosa vicenda vorrebbe che sempre venisse individuato un responsabile e l’affermazione di un diritto alla riparazione dei danni tutti cagionati. Peraltro, in ossequio ai principi della responsabilità a titolo personale (art. 27 comma primo della Costituzione), della legalità o tipicità oggettiva degli elementi costitutivi del fatto-reato (art. 25 comma 2) e della presunzione d’innocenza, queste risposte, doverose, non possono essere trovate per le fattispecie in esame in sede penale, bensì negli ambiti previdenziale e civile, nei quali operano un diverso statuto della causalità ed un diverso regime dell’onere probatorio”.

 

Si, è davvero difficile dimostrare il momento preciso in cui questi ragazzi sono stati in contatto con l’amianto ma, è ovvio che il loro lavoro implica un rischio molto maggiore. O non è vero?

Fonte:  Repubblica e Forzearmate.org

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