• Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
Vota Questo Articolo

A. Alpozzi RTC Herat, Afghanistan -dic.2011-

 

Alberto Alpozzi, di Torino,  è fotografo professionista da più di 10 anni, specializzato in fotogiornalismo. Un anno fa, a dicembre 2011, ha deciso d’iniziare un nuovo percorso professionale come reporter di guerra. Nello specifico, nei tre teatri operativi in conflitto in cui sono impegnati militari dell’Esercito Italiano. L’anno scorso, a Natale, era a Herat in Afghanistan come fotografo embedded per documentare la missione Isaf nel distretto Rc-West. Ma non solo. L’estate scorso è stato in Kosovo per documentare il lavoro di peacekeeping tra serbi e albanesi. E successivamente, è stato nel Libano dove soldati italiani realizzano una missione di ricostruzione in seno alla Unifil.

Non era la prima volta che Alpozzi collaborava con l’Esercito Italiano per questioni di formazione o documentazione grafica di determinati eventi. Nel 2010 ha fatto parte della troupe tedesca della Bilderfest, unico italiano, per la realizzazione del documentario “Ustica – Tragedia nei cieli” andato in onda sul LA7 e History Channel per i 30 anni della strage di Ustica.

Alpozzi ha iniziato questo nuovo percorso per capire in prima persona cosa significa essere lontano da casa, soprattutto in momenti importanti e familiari come il Natale. Assicura che il suo lavoro gli piace davvero tanto, e uno dei motivi è proprio documentare il compito che i nostri militari realizzano all’estero e che, molto spesso, non è conosciuto da parte degli italiani. Forse per il modo in cui i media raccontano le notizie. Infatti, sono pochi gli italiani che sono consapevoli davvero di come trascorre la giornata un soldato italiano in missione all’estero.

L’obiettivo principale di Alberto Alpozzi è dunque mostrare al mondo quella parte del lavoro all’estero dei nostri soldati che nessuno ci ha mai spiegato. Non si tratta di portare la guerra a casa delle persone, “per fortuna non tutti vivono la guerra. La guerra è brutta”. Ma secondo Alpozzi, “tutti dovrebbero sapere quali sono le condizioni in cui lavorano e vivono i ragazzi impegnati in missioni internazionali. I nostri soldati”.

Il giovane fotoreporter sottolinea il fatto che spesso viene dimenticato che i militari, non sono solo soldati, ma sono italiani e sono persone: padri, figli, mariti, fidanzati, … In questo senso, aggiunge che “i soldati sono il nostro specchio davanti al mondo. Nei paesi dove sono in missione, l’immagine che i cittadini del posto hanno di noi italiani è quella che loro, i nostri soldati, trasmettono. Sono i nostri migliori ambasciatori. Dimenticare questo è un errore”.

 

In un momento di tagli, crisi economica e risparmi, la considerazione che gli italiani in generale hanno sulle forze armate è, almeno, dubitosa. Molti magari pensano che non sono una priorità oppure che gli investimenti in armamenti non sono necessari. Riguardo a questa questione, Alpozzi sostiene che la considerazione che gli italiani hanno dell’Esercito e delle Forze Armate varia da persona a persona. Questo è dovuto al fatto che “in Italia ci sono molte ideologie diverse che arrivano anche dalla seconda guerra mondiale o dai partigiani – afferma Alpozzi- l’Italia vive ancora di queste ideologie che ovviamente influiscono l’opinione su certe istituzioni che abbiamo adesso. A seconda con chi parli l’opinione sull’esercito è una, oppure un’altra molto diversa”.

In questo senso, egli considera che il nostro è un paese che tende a disunire in generale. “Non abbiamo mai lavorato per dare un’immagine di unione a livello internazionale, di fortezza o di essere un paese consolidato in quanto ai valori” e purtroppo, aggiunge, questo non offre una buon’immagine di noi. All’estero, afferma, nelle missioni di pace in cui sono impegnati i nostri ragazzi, ho trovato quello spirito di unione che, secondo me, manca in Italia. In ogni caso, lamenta, il supporto al lavoro dei militari italiani impegnati all’estero dovrebbe essere una priorità indipendentemente da dove si trovano: se nel Libano o in Kosovo, oppure in Afghanistan. “A me non interessa dove sono. Questa non è una loro scelta e non lo è neanche mia. A me interessa il lavoro che fanno, come lo fanno e in quali condizioni. Questo voglio catturare con la mia macchina fotografica e mostrarlo al mondo”.

 

Missioni militari all’estero

 

Alpozzi non rivela la propria opinione riguardo la partecipazione dell’esercito italiano in missioni all’estero e reitera quello che per lui è una priorità. “Considero che i cittadini possono manifestarsi PRO o CONTRO l’intervento all’estero o le missioni all’estero, ma la morale e la dignità dei nostri soldati va rispettata”. In questo modo, i soldati italiani hanno deciso di fare parte dell’esercito italiano indipendentemente dalla decisione di intervenire in territorio straniero oppure no. Stanno facendo il loro lavoro e come lavoratori, vanno rispettati. “Come dicevo prima sono i nostri migliori ambasciatori, loro sono il nostro specchio e io ne vado fiero”.

A questo punto bisognerebbe forse ricordare che l’Italia fa parte di trattati e di organizzazioni internazionali come la NATO o l’ONU e, per tanto, “non possiamo restare fuori a guardare quando ci fa comodo”.

Il giovane fotoreporter spiega che questa è soltanto la sua opinione. “Non parlo con assolutismi, ma parlo di quello che ho visto e che ho vissuto io personalmente. Ho visto molte immagini, non mi hanno raccontato niente e io, parlo su quello che ho visto. Niente di più”.

 

Come vivono i soldati impegnati in missioni all’estero

 

Alpozzi ci racconta che i soldati stanno bene. E’ stata una loro scelta e come tale la vivono e la vedono. Per loro non è un obbligo né niente di pesante. Inoltre, si tratta di personale volontario e molto preparato per questo tipo di missioni. Sanno bene quello che fanno e conoscono i rischi che devono vivere.

Ad esempio, una giornata tipo dei ragazzi potrebbe essere la colazione in mensa, seguita da un briefing per illustrare le operazioni della giornata. Poi si parte, con i mezzi giusti, verso il punto determinato dove si svolgono le missioni. Lo stesso si ripete al pomeriggio, e anche alla notte, “perché il lavoro dei nostri militari non conosce soste, nemmeno il sabato e la domenica”.

La parte peggiore è forse per i loro familiari. Per le persone che gli vogliono bene e che rimangono a casa, in attesa, senza tante notizie come vorrebbero. Per le mamme, le fidanzate, i fratelli, le mogli….per quelli che guardano il calendario tutti i giorni e mettono una croce e che riservano un appuntamento ogni 4 ore con il telegiornale. “La distanza fa male a tutti, dice Alpozzi, e il dolore per la distanza aumenta considerando che questi ragazzi rischiano tutti i giorni la propria vita”.

E a questo punto diventa molto importante il lavoro svolto da Alberto Alpozzi. Tramite le sue immagini, molti familiari di soldati in missione all’estero riescono a capire dove si trovano esattamente i loro cari, qual è il lavoro che stanno facendo e come si trovano. “Questa è sicuramente la parte più bella del mio lavoro”.

Alpozzi riconosce che come tutti, lavora perché ha bisogno di soldi ed è impossibile negare questo. Bisogna pagare un mutuo, le bollette, bisogna mangiare, ecc…. Allo stesso tempo però dichiara di essere consapevole del fatto che il suo lavoro, a livello remunerativo, è messo abbastanza male. Invece, si sente soddisfatto e ripagato.  “ Vedere come è importante una singola immagine per una fidanzata, per una madre, per una moglie….alcune volte mi ringraziano per averli permesso di guardare le stesse immagini , lo stesso cielo, lo stesso orizzonte che vedono i suoi figli, fidanzati o mariti in missione”. E questo, afferma, non ha prezzo.

A. Alpozzi. Shindand, Afghanistan - dic.2011-

Del suo lavoro, Alpozzi sottolinea la possibilità di mettere in comunicazione persone che si vogliono tanto bene e si trovano a migliaia di kilometri di distanza. “Questo per me è molto importante. Do la possibilità ai familiari che sono qui di vedere come i loro figli lavorano, sorridono, sono felici e, in definitiva, fanno quello che vogliono fare”.

Attualmente, Alpozzi si trova di nuovo in Afghanistan, è partito qualche giorno fa per una nuova missione e un nuovo progetto: documentare alcune attività che finora non ha mai visto in un teatro molto impegnativo. Ha tutto il supporto e la protezione del Ministero della Difesa per poter realizzare questo nuovo reportage ma, alla domanda: “hai paura”, risponde che non ci pensa mai. “Si. Chi non avrebbe paura? Perché dire di no?”.

Una mostra, anche questa, della parte più umana delle missioni all’estero. Ha paura Alpozzi come ce l’hanno i soldati che svolgono il loro lavoro e come ce l’avrei anch’io.

“La guerra ti cambia la vita”, afferma Alpozzi, il quale ha visto immagini che riescono a modificare la propria visione del mondo. “La quotidianità sembra molto diversa tutte le volte che rientro da una missione”.

Sono molti innocenti a pagare il prezzo più elevato, ricorda Alpozzi, “a nessuno piace la guerra ma continuammo a farla e per chè?

Perché ci sono molti interessi in gioco: dal petrolio, ai soldi o alla droga.

L’ultimo messaggio di Alpozzi è sicuramente un invito alla riflessione su quanto siamo fortunati, come paese e come generazione. “Abbiamo servizi e prestazioni che diamo per scontate ma che, invece, in altri paesi non sognano neanche che possano esistere”. Parliamo di acqua, luce, servizi igienici,….per noi è normale.

Forse ha ragione Alpozzi e bisognerebbe, da parte di tutti, guardare (e non solo vedere) quello che abbiamo invece di continuare sempre a lamentarci di quello che ci manca.  Te cosa ne pensi?

 

Jèssica Parra

 

 

Share and Enjoy


Leave a Reply